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il blog di Francesco Zanfardino
L'affaire Sky e le mezze verità
post pubblicato in Diario, il 3 dicembre 2008


                                                  
"La sinistra e la stampa vadano a casa". Così il premier Berlusconi ha liquidato la questione Iva-Sky. Peccato che le cose non stiano proprio così. Procediamo per gradi (N.B. non sarò breve, però, se andate di fretta, leggete solo la parte in neretto, che potrebbe anche bastare).

Innanzitutto la giornata di ieri. Dapprima Berlusconi, in visita in Albania, dichiara: "C'è un'Iva al 20% per tutti e Sky aveva il 10%. Se la sinistra chiede, difendendo i ricchi e i consumi non necessari pur di andare contro di noi tirando addirittura in ballo il conflitto di interessi, io non ho nulla in contrario. Quando Tremonti avrà chiarito le ragioni del suo agire la sinistra ancora una volta perderà completamente la faccia di fronte agli italiani". Dopodichè Tremonti dichiara, a margine di una conferenza: "La norma che rialza l'Iva per i servizi Sky serve per evitare l'apertura di una procedura di infrazione Ue, il cui termine scadeva in questi giorni. Il governo Prodi si era impegnato con la Commissione europea ad allineare le aliquote". Quindi di nuovo Berlusconi, trionfante: "Questa sinistra non ha alcun ritegno e non tiene vergogna. Io di questa cosa non sapevo niente, chi parla di conflitto d'interesse è senza vergogna. A promettere l'adeguamento dell'Iva sulle pay tv fu Romano Prodi.  Se io fossi nei loro panni, me ne andrei a casa. Politici e direttori di giornali come La Stampa e il Corriere dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa". Infine le dichiarazioni di oggi, che rimarcano una presunta "figuraccia" della stampa e del PD, dopo che la UE aveva confermato il problema e lo aveva dichiarato "chiuso" dopo il provvedimento del Governo.

Ora, un po' di storia. L'IVA agevolata fu inizialmente decisa nel 1991 (governo Andreotti), addirittura al 4%, per far sviluppare un settore allora inesistente. Poi nel 1995 il governo Dini, forse un po' in anticipo (il settore non si era granchè sviluppato), decise di riallineare l'IVA al 20%, ma le proteste di Tele+ e Stream, la TV satellitare dominata proprio dalla Mediaset di Berlusconi, fecero sì che Dini optasse per un compromesso (il famoso 10%) votato dal centrodestra e dalla Rifondazione Comunista di Bertinotti, che si attirò le critiche del centrosinistra proprio perchè favoriva il dominio mediatico di Berlusconi. Poi nel 2003 (governo Berlusconi) Murdoch rilevò Stream e Tele+, creando un gigante monopolista (Sky, appunto) grazie al Governo e all'immobilismo di Antitrust e UE. Gigante che però sviluppò tantissimo il settore, aumentando il pluralismo e posti di lavoro. Quindi, come si vede, a mettere il "privilegio" e a far diventare Sky un monopolista con IVA agevolata non fu la sinistra "amica di Sky e dei ricchi", come dichiarato da Berlusconi, ma il governo Dini (oggi sen. del PDL) e il governo Berlusconi II.

Ora veniamo ai giorni nostri. La questione dell'IVA agevolata rimase irrisolta fino al Gennaio 2008, quando la UE chiesa all'Italia di uniformare l'aliquota, in quanto il mercato si era ormai sviluppato e non poteva esserci più la differenza fra i vari servizi a pagamento (cioè fra i canali tematici, ovvero tutta l'offerta televisiva di Sky e una minima parte di quella di Mediaset Premium, e gli altri servizi pay-per-view, come molti dei servizi Mediaset Premium). Prodi, che era già caduto, comunicò all'UE che l'Italia avrebbe riallineato le aliquote, ma non disse come, lasciando la patata bollente al futuro Governo. Il quale a sua volta rimanda la questione, fino al decreto cosiddetto "anti-crisi" di Dicembre, nel quale decide di soppiatto di allineare le aliquote e di allinearle al 20% (l'alternativa era annilearle tutte al 10%, o comunque ad un altra soglia, bastava che fosse uguale per tutti). Dunque, è vero che la UE richiedeva aliquote uniformi e che Prodi promise di farlo, ma Prodi, già caduto, non disse se riallinearle al 10% o al 20% fissato poi da Tremonti, tra l'altro dopo aver tralasciato la cosa per mesi, senza pensare a soluzioni meno drastiche. E poi Prodi non era in conflitto d'interesse.

Ora gli aspetti economici. Riallineare le aliquote al 20% danneggiava fortemente Sky, che si vedeva raddoppiare l'IVA praticamente su tutti gli abbonamenti, con decine di euro in più di tasse per ogni abbonato (se è vero, come dice il governo, che si ricavano 220 milioni e gli abbonati SKY sono 4,6 milioni, sono mediamente 48 euro per abbonato), mentre Mediaset Premium e gli altri servizi simili avrebbero avuto danni molto minori, dando dunque un enorme vantaggio a Mediaset (e le altre TV), che vedeva fortemente danneggiato un suo concorrente (che avrebbe probabilmente perso molti abbonamenti e quindi pubblico a favore delle altre televisioni). Riallinearle al 10% (come tra l'altro suggeriva la UE in una lettera al Governo in Aprile), cambiava niente per Sky e favoriva abbastanza Mediaset Premium e gli altri servizi pay-per-view, ma non quanto "l'affossamento", perchè così si può definire, di Sky. Con la differenza, però, che con il 20% lo Stato avrebbe avuto circa 220 milioni di euro di tasse in più, mentre con il 10% lo Stato avrebbe dovuto sborsare qualche decina di milioni. Insomma, riallineare le aliquote al 20% danneggia fortemente Sky e quindi favorisce fortemente Mediaset, ma dà circa 200 milioni allo Stato, mentre il 10% favorisce molto di meno Mediaset, ma sottrae allo Stato qualche decina di milioni, però era stato suggerito dalla UE.

E ora veniamo alla questione politica. E' ovvio che, con queste premesse e con questa crisi, si poteva discutere se era meglio incassare 200 milioni tassando gli abbonati o spendere 20-30 milioni, risparmiando tasse a tutti, considerando però che gli abbonamenti pay-per-view non sono un consumo necessario (ma nemmeno da ricchi, dato che molte famiglie non agiate fanno l'abbonamento perchè tifosissimi di calcio). Si poteva e si doveva discutere, invece che mettere la norma di soppiatto. Però, se inseriamo la questione all'interno del sistema mediatico italiano, dove i Governi Berlusconi hanno aggirato procedure di infrazioni Ue, sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea, per salvare il duopolio Mediaset-Rai (legge Gasparri) e le frequenze di Rete 4 dalle giustissime richieste di Europa 7 (decreto SalvaRete4), e dove il pluralismo è quantomeno problematico (come si evince dal duopolio, dalla questione Rete 4, dai dati dell'AgCom e della Demos sulle variazioni rispettivamente degli spazi dedicati ai vari partiti e del sensazionalismo sulla sicurezza a seconda dei Governi in carica, oltre che dalla quotidiana esperienza di chi guardi la TV con un po' di onestà intellettuale e spirito critico), il Governo, se coerente, doveva fare lo stesso anche con la norma Sky, aggirando la direttiva Europea. Oppure tornare sui propri passi abrogando la legge Gasparri e mandando Rete4 sul satellite. Perchè le regole vanno rispettate sempre, e non aggirate o applicate rigidamente a seconda delle convenienze. Dunque, bene hanno fatto le opposizioni e parte della stampa a criticare il Governo, perchè la scelta fra il 10% e il 20% non era così ovvia e andava discussa; perchè, in ogni caso, il raddoppio IVA doveva essere graduale; perchè non si possono aggirare procedure di infrazione, sanzioni e sentenze delle Corti Italiane e Europee solo quando vanno contro i propri interessi, e invece intervenire duramente ai minimi dubbi della UE quando vanno contro gli interessi degli avversari; perchè, infine, non si può far ciò in conflitto d'interessi e con un pluralismo mediatico ai minimi termini.

Infine, alcune considerazioni al di là della questione più propiamente tecnica. Anche se Berlusconi avesse avuto davvero ragione, non può certo dire che è la dimostrazione che il conflitto d'interessi non esiste, perchè la sola storia del mercato televisivo italiano (legge Gasparri, decreto SalvaRete4, ecc. ecc.), oltre che quella giudiziaria (leggi ad personam varie), dimostra l'esatto contrario. E soprattutto non può emanare editti, tra l'altro diretti, contro le opposizioni e direttori di giornali (dall'editto bulgaro si è passati all'editto albanese), solo perchè esprimono opinioni diverse dalle sue. La democrazia è anche questo. Poi, certo, anche loro hanno commesso errori, in quanto avrebbero dovuto informarsi meglio: ma d'altronde lo stesso vale per il suo schieramento e per i giornali suoi vicini, dato che lui stesso e molti suoi colleghi di partito avevano prospettato la possibilità di "tornare indietro", e direttori come il fido Ferrara avevano persino aderito alla campagna di Sky. E, a tal proposito, anche io ritengo un po' inopportuna la campagna mediatica di Sky: ma d'altronde anche Mediaset ha più volte usato questo strumento, e in maniera più politica (come quando lo stesso Berlusconi lesse un comunicato in onda su Mediaset contro "la sinistra illiberale che vuole limitare la nostra libertà di comunicare", visibile parzialmente su questo video al minuto 1:40).  E, infine, Berlusconi non può far finta di non sapere niente, come fa sempre quando viene colto in fallo sul conflitto d'interesse: anche perchè altrimenti sarebbe grave che il Premier firmi cose che non conosce.

Questo è tutto. Ho perso un bel po' di tempo a scrivere questo lunghissimo post, come non ho mai fatto sinora, e so che è fatica sprecata. Perchè tanto, invece di spiegare per bene la situazione, i media vicini a Berlusconi ridurranno tutto a poche battute, tutte a favore del Governo e a danno della verità. Spero che almeno sia stato utile a qualcuno di voi

P.S. Infine, torno a fare la mia proposta provocatoria: se proprio servivano soldi, e in periodi di crisi bisogna chiedere sacrifici "a tutto il sistema televisivo", come detto da qualcuno a nome del Governo, perchè non ricavarli da tasse sulle televisioni private, che tra l'altro non danneggerebbero in nessun modo i contribuenti, a differenza del raddoppio IVA su Sky?

www.discutendo.ilcannocchiale.it

Presentate le liste: riecco "magnamortadella" e "lama"
post pubblicato in Diario, il 13 marzo 2008


                    

Quella sera del 24 Gennaio 2008 la politica italiana ha registrato uno dei suoi punti più bassi. Non per la caduta del Governo, ma per il comportamento indecente e diseducativo di molti senatori. Sarà ricordato come il "Senato dell'osteria", dove si brinda e si mangia mortadella. Si disse: "Non saranno più ricandidati": e invece rieccoli qua.

Cominciamo da Lamberto Dini e Giuseppe Scalera. Loro non hanno fatto niente di indecente, ma hanno sfiduciato il governo grazie al quale erano stati eletti. Dini, tra l'altro, era già passato dal centrodestra al centrosinistra nel '95. Era proprio necessario ricandidarli? Era proprio necessario "imbarcare" l'ennesimo partitino? E invece sì: i due esponenti liberaldemocratici sono stati candidati rispettivamente al Senato (Lazio) e alla Camera (Campania 1), e li rivedremo sicuramente in Parlamento. Il partito? Ovviamente, il Popolo delle Libertà.

Poi, le chicche. Il senatore Nino Strano, quello della mortadella, è stato ricandidato, nonostante le promesse di non farlo: precisamente, al 14esimo posto in Sicilia al Senato. Si è detto: "Lo abbiamo ricandidato, però è stato punito e non sarà eletto". Allora dovremmo credere che Berlusconi pensa di perdere in Sicilia, perchè chi vince là ottiene 15 senatori: quindi, a meno che l'MPA non prenda due senatori, Strano ci sarà.

Infine, il non-plus-ultra. Tommaso Barbato, quello dello "sputo", è stato ricandidato. Non dal PDL, ma dal suo alleato, l'MPA di Lombardo (al Senato in Campania). Aveva sputato e ricoperto di ingiurie il suo ex collega di partito, il senatore Cusumano, "reo" di aver tradito il suo leader Mastella (trascurando la lealtà a Prodi, capo della coalizione in cui Mastella e Udeur erano stati eletti). Salvo poi lasciare pochi giorni fa egli stesso l'Udeur con questa dichiarazione: "Dopo quindici anni di impegno intenso e vero nel partito di Clemente Mastella, durante i quali non mi sono mai risparmiato in Campania, per la mia gente, e, da ultimo, nell'aula parlamentare del Senato, giungo alla dolorosa decisione di lasciare il partito. Un partito nel quale ho dato fino ad oggi il massimo di lealtà e per il quale non mi sono mai tirato indietro, anche nei momenti più difficili".

Anche nei momenti più difficili...... Ridicolo.

Alla fine, solo Mastella, dei protagonisti in negativo di quella serata al Senato, non è stato ricandidato. Povero Clem.
I motivi (?) per i quali i dissidenti hanno votato
post pubblicato in Diario, il 25 gennaio 2008


                   

Come certamente saprete tutti, ieri il Governo Prodi è definitivamente caduto. Ora si aprono vari scenari, tra cui quello di un governo tecnico (poco probabile), un governo istituzionale (poco-abbastanza probabile) e le elezioni immediate (molto probabili). Tuttavia, in questo momento non ci è dato di sapere niente, visto che le consultazioni al Quirinale sono appena incominciate, con le audizioni dei Presidenti di Camera e Senato (si dovrebbero concludere martedì).
Sull'opportunità o meno di modificare la legge elettorale prima di andare al voto, ci soffermeremo più avanti. Ora mi sembra opportuno valutare le ragioni di chi ha fatto cadere il governo.

Mastella e l'Udeur. Si tratta della defezione più importante, in quanto un intero partito che ha contribuito, pur con l'1,4%, alla vittoria di Prodi nel 2006, ha ritirato il suo appoggio. Sinceramente, non mi sembra che l'Udeur abbia manifestato ragioni politiche per il suo no. Semplicemente, ha denunciato la "mancata solidarietà" per la sua vicenda giudiziaria (cosa falsa, a meno che non volesse intendere il mancato pieno appoggio anche ai suoi attacchi alla magistratura) e un fallimento dell'Unione come alleanza, visti gli "atteggiamenti ambigui" di Veltroni e del PD. Tradotto: me ne vado perchè sono un perseguitato dalla magistratura e perchè qualsiasi nuova legge elettorale comporterebbe la scomparsa del mio "partitino", così come il Referendum: ma se faccio sciogliere prima le Camere tutto questo non avverrà.
Comunque, trovo davvero spregevole, come sicuramente tutti, il comportamento assunto dal senatore Udeur Barbato (e numerosi colleghi del centrodestra) nei confronti del collega di partito Cusumano (che ha deciso di votare sì alla fiducia), apostrofato con insulti indecorosi (uomo di m****, ces***, chec***, froc***, eccetera), con l'accusa di aver tradito il partito (piccolo dettaglio: anche il partito ha tradito la coalizione, ma dal centrosinistra non sono certo partiti insulti). Insomma, Mastella ha votato contro per interessi personalistici, di famiglia e/o di partito (che poi sono la stessa cosa).

Dini e i Liberaldemocratici. Dini invece un motivo politico l'ha dato. Peccato che personalmente io non l'abbia capito. Infatti, Dini avrebbe sostanzialmente giustificato il suo no e quello del "discepolo" Scalera con l'accusa che il Governo non avrebbe bene operato in politica economica. Accusa smentita, a quanto pare, dai dati e dalle agenzie di rating, così come da Almunia, che hanno tutti certificato il netto miglioramento dei conti pubblici. L'altra accusa di Dini era che l'Unione era decaduta a causa del predominio della sinistra "massimalista": cosa smentita dai fatti, in quanto è proprio l'elettorato più di sinistra ad essere deluso dall'operato del Governo.

Turigliatto. Delusione che è simboleggiata dal voto di Turigliatto, che secondo me è l'unico da apprezzare. Perchè non si è basata su personalismi o interessi particolari, ma unicamente su un'insoddisfazione politica: per il senatore ex-Rifondazione, infatti, il governo Prodi non sarebbe stato abbastanza di sinistra. Certo, viene da chiedersi se Turigliatto preferisse a Prodi il ritorno di Berlusconi, che lui tanto odia, ma evidentemente ha fatto prevalere il cuore alla ragione. E quindi, tra i dissidenti, è davvero l'unico da apprezzare.

Pallaro. Non si è capito perchè il senatore Pallaro non si è presentato al Senato. Una motivazione ci sarebbe pure: lui non è stato eletto per Prodi, ma come indipendente. Ma allora perchè ha appoggiato sempre il Governo e ora no? Due sono le cose: o non è vera la "corruzione" dei senatori all'estero, o che Pallaro (che ha avuto trascorsi berlusconiani) ha avuto più garanzie da qualcun altro. O semplicemente si scocciava di venire in Senato.

Fisichella. L'unico che secondo me è da condannare al 100% è Domenico Fisichella. Un senatore che fino a 2 anni fa era in AN, poi è entrato nella Margherita in occasione delle elezioni politiche, per poi aderire quasi subito al gruppo Misto. Un senatore che non ha dato uno straccio di motivazione al suo no, e che anzi nella sua dichiarazione di voto in realtà non ha dichiarato il voto, "riservandosi di esprimersi all'ultimo momento". Un senatore che ha aspettato il "secondo giro" della chiama della fiducia, pronto a schierarsi per il sì in caso di sorprese, o per il no in caso contrario, come poi ha fatto. Insomma, ogni ulteriore commento è inutile.

De Gregorio. Aggiungo anche il senatore De Gregorio, nonostante già da tempo fosse passato all'opposizione. Ma, comunque, è uno di quelli che nella fiducia iniziale aveva sostenuto il Governo Prodi, quindi anche lui ha in qualche modo una responsabilità nella caduta. E che non ha mai dato delle motivazioni per il suo "cambio di campo". Ma, d'altronde, non poteva darne, perchè il senatore De Gregorio cambiò schieramento già al formarsi delle Commissioni in Senato, ovvero qualche settimana dopo le elezioni (!): e lo fece per ottenere la Presidenza della Commissione Difesa (ottenuta con l'appoggio del centrodestra). Un voto poi "sostituito" dall'altro "tradimento" del mandato elettorale, ovvero quello del senatore Follini (ex Udc), che però almeno ha avuto la decenza di aspettare di più e di motivare la sua decisione.

Domani analizzerò l'operato dei 618 giorni del governo Prodi.
Ecco il piano-Prodi su tasse e salari. Tante promesse, da realizzare
post pubblicato in Diario, il 11 gennaio 2008


                        
   
Giovedì 10 Gennaio si è svolta la cosiddetta "verifica di maggioranza".
Sembrava dovesse essere l'ora della resa dei conti, e invece si è svolto tutto tranquillamente (addirittura è finita prima del previsto), nonostante in tutto fossero una quarantina di persone, con soddisfazione, più o meno accentuata, di tutti, da Dini a Rifondazione. Anche perchè, in realtà, la vera "verifica" avverrà dopo il 16 Gennaio, quando, dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale sull'ammissibilità dei Referendum, ci sarà il vertice sulla riforma elettorale (e lì se ne dovrebbero vedere delle belle).
Comunque, se anche Dini, che, durante le feste, sembrava avesse dato l'avviso di sfratto a Prodi con i suoi "sette punti", si è mostrato "cautamente soddisfatto", sembra che almeno sulle tematiche economiche sia tornata la serenità all'interno della (?)maggioranza.
Ma veniamo al dunque, analizzando il "discorso di belle intenzioni" di Prodi.

"Cifre confortanti". "ll Paese - esordisce Prodi - ha adesso davanti a sè un'occasione di crescita che non deve essere sprecataNegli ultimi due anni le cifre sono più che confortanti: l'Italia è cresciuta più di quanto non fosse successo nella prima metà del decennio; gli investimenti sono aumentati, le esportazioni hanno ripreso a marciare a ritmi straordinari nonostante la forza dell'euro, la disoccupazione non è mai stata così bassa. Anche un problema che grava su tante famiglie come quello dell'inflazione, va confrontato con le percentuali degli altri paesi europei. Il debito pubblico è in calo e il traguardo di vederlo presto sotto il 100% del pil è adesso raggiungibile. Ma soprattutto il disavanzo pubblico scende sotto il 2 % e l'avanzo primario supera il 3% del pil. Fino a poco tempo fa - ricorda Prodi - lo avevamo quasi prosciugato. Senza contare che abbiamo già redistribuito più dell'1 per cento del prodotto nazionale lordo a favore dei redditi più bassi. Questa la fotografia economica del paese oggi, quando solo un anno e mezzo fa era fermo, con la finanza pubblica allo sbando, spese pubbliche fuori controllo e assenza di qualsiasi politica seria di contrasto all'evasione fiscale.

La "ricetta" su tasse e salari. "Sarà possibile parlare di cifre e percentuali solo dopo la trimestrale di cassa (cioè Aprile). Comunque, non chiederemo un euro in più ai nostri lavoratori, alle famiglie e alle imprese per il risanamento dei nostri conti". Tuttavia, ammette il premier, "gli interventi di carattere fiscale sui quali ci concentreremo nei prossimi mesi non possono certo risolvere da soli tutte le questioni redistributive del paese".
Dopo questa introduzione, Prodi passa ai suoi "sei punti programmatici" su tasse salari ed economia, che riassumo così:
- riduzione del carico fiscale dei salari e dei bassi redditi, cui sarà destinato tuttò ciò che sarà rcavato da extragettito e lotta all'evasione fiscale;
- riduzione delle spese, con il "contenimento strutturale delle spese improduttive" e l'ottimizzazione della pubblica amministrazione, con semplificazione delle procedure, riduzione di carta e certificati, valutazione costante delle politiche pubbliche e dei suoi responsabili;
- riforma delle rendite finanziarie, con una aliquota unica al 20% (attualmente al 12,5% su Bot, azioni e obbligazioni, al 27% su contocorrenti, libretti, depositi), armonizzandola dunque a livello europeo (G.Bretagna 20%, Spagna e Francia 25%, Germania e Svezia addirittura 30%;
- proseguimento della progressiva liberalizzazione della nostra economia (in arrivo la terza "lenzuolata Bersani) e nuove politiche che mettano al centro i diritti dei consumatori;
- apetura immediata delle trattative per il rinnovo del contratto del pubblico impiego, "chiedendo piena attuazione del memorandum siglato con i sindacati su qualità, mobilità e merito".

Infine, conclude Prodi, "L'incontro di oggi ha lo scopo di condividere scenari ed obiettivi in un quadro generale di riforme che dobbiamo tenere presente e che dovremo affrontare nei prossimi mesi. Penso alla riforma istituzionale, alla legge elettorale ed anche al conflitto di interesse ed alla riforma della Rai".

Promesse, tante promesse. Sta a Prodi & Co realizzarle, almeno in parte.
"La rimonta dell'Italia. Proiettata al futuro". Dini permettendo
post pubblicato in Diario, il 28 dicembre 2007


                              

Ieri si è tenuta la tradizionale Conferenza stampa di Fine Anno del Presidente del Consiglio.
Riassumendo, Prodi ha dispensato ottimismo, sottolineando i buoni risultati raggiunti, soprattutto in materia di risanamento dei conti pubblici, riportando i dati che indicano una buona ripresa dell'economia italiana ("Se prima eravamo il malato d'Europa, ora stiamo superando il periodo di convalescenza"). Risultati che, però, dichiara Prodi, "non riescono a cambiare la percezione degli Italiani nè le difficoltà che molte famiglie hanno nell'arrivare a fine mese". Causa principale: la perdita del potere d'acquisto dei salari, che crescono meno dell'inflazione. Per questo Prodi ha annunciato che una delle prime azioni del governo nel 2008 sarà proprio un patto con sindacati e imprese sui salari. Con l'obiettivo di "proiettare l'Italia nel futuro. Scrollarci di dosso l'insicurezza e la sfiducia".
Ecco i punti principali del discorso del premier.

Conti pubblici. E' la grande novità annuciata ieri: "Chiuderemo l'anno con un rapporto deficit/Pil molto più basso del previsto, intorno al 2%". Dati confermati dal Fondo Monetario Internazionale, che qualche giorno fa sembrava dispensare dubbi sulla Finanziaria (poi smentiti). Insomma, sembrano lontani i tempi (berlusconiani) nei quali il rapporto deficit/Pil saliva dal 3% del 2001 al 4,5% del 2006 e l'Italia doveva supplicare la UE per non farsi espellere.
Prodi ha anche sottolineato che "abbiamo ricostituito in modo sostanzioso l'avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito, ndr) e il debito pubblico sta calando costantemente e scendera sotto il 100% sul PIL entro il 2011, cioè la fine della legislatura". Vero. Infatti, secondo la commissione Ue, il debito pubblico nel 2007 è sceso al 104,3% (dal 106,8% del 2006 ereditato dal governo precedente), mentre le previsioni per 2008 e 2009 sono rispettivamente 102,9% e 101,8%.

Lavoro, stipendi e riduzioni fiscali. Altro importante segnale: "
Il tasso di disoccupazione è del 5,6% e non è mai stato così basso da 25 anni a questa parte (era al 7,6% ad inizio 2006, ndr). Siamo nettamente sotto la media europea". Inoltre, Prodi difende a spada tratta il pacchetto Welfare, concordato con tutte le parti sociali; un provvedimento che, secondo il premier, , oltre all'abolizione dello scalone Maroni, prende atto del cambiamento del mondo del lavoro, che esige più flessibilità, ma che garantisce una flessibilità "equilibrata", arginando il fenomeno della precarietà diffusa. Inoltre, come già detto nell'introduzione, salari e stipendi saranno il tema del 2008: l'idea è di "un grande patto a imprese e lavoratori per maggiori salari, maggiore produttività e una sostanziale diminuzione del peso delle imposte sui lavoratori che percepiscono salari medio-bassi e per le famiglie con figli". Non ci saranno invece sostanziali interventi a favore delle imprese, "che hanno già avuto molto" (riduzione del cuneo fiscale).

Lotta all'evasione. Un patto che sarà finanziato probabilmente con le maggiori entrate, derivanti dalla lotta all'evasione fiscale. Qui Prodi rivendica un lavoro straordinario fatto dal governo, con il 78% di evasione scoperta nel 2007 e con un tesoretto recuperato di minimo 20-21 miliardi di euro ("ma per i dati precisi dovremo aspettare qualche settimana").
 
Liberalizzazioni. Prodi si augura che il Senato approvi presto la terza "lenzuolata" di liberalizzazioni e conferma che il governo andrà avanti anche sulle privatizzazioni.

Costi della politica. "Questo è stato l'anno dell'antipolitica", ha dichiarato Prodi. Che rivendica come "una maggiore moralità da parte dell'amministrazione pubblica è stato far mio e del mio governo fin dalla campagna elettorale, prima che queste inchieste portassero il problema alla luce". E rivendica con orgoglio le misure previste sulla Finanziaria per abbattere i costi della macchina politica (di cui abbiamo già discusso nel post sulla Finanziaria 2008).

Ambiente. Prodi annuncia che "
Il 2008 sarà l’anno in cui la macchina dello Stato si farà verde. Pannelli solari saranno installati in tutti gli edifici pubblici che non abbiano vincoli artistico-architettonici. A partire da gennaio, inoltre, ci sarà l’obbligo per le strutture della pubblica amministrazione di acquistare solo lampadine ad alto risparmio energetico che dovranno via via sostituire quelle tradizionali". Questo in aggiunta alle altre misure previste nella Finanziaria, forse la più "verde" di sempre, e alla ricoferma degli incentivi sulla rottamazione nel "decreto milleproroghe" (notizia di oggi).

Giustizia. Prodi annuncia un piano per l'informatizzazione della Giustizia, "che permetterà 
a tutti gli atti di muoversi per via telematica con un risparmio di tempo che solo chi frequenta i palazzi di giustizia può immaginare. Gli avvocati, ad esempio, potranno accedere agli atti restando nel loro studio". Più trasparenza e velocità per la macchina giudiziaria (anche se ci vuole di più per far funzionare bene la giustizia italiana....).

Legge elettorale. Prodi ribadisce l'importanza della riforma della legge elettorale e l'importanza della presenza di un'amplissima maggioranza per la sua approvazione. Tuttavia, ritiene che l'obiettivo di dare maggiore stabilità ai futuri governi non deve per forza determinare la messa fuori-gioco dei piccoli partiti

I commenti di sindacati e imprese. Sia Confindustria che i sindacati sono d'accordo nel commentare positivamente il discorso di Prodi, ma anche nel voler "passare dalle parole ai fatti", con la convocazione di un tavolo con le parti sociali sulla questione salari e riduzione fiscale.

I rapporti con Dini. Prodi affronta anche la questione spinosa del futuro della maggioranza di governo, in particolare la "questione-Dini". "Dini non lo capisco", ha dichiarato il premier, riferendosi ai buoni risultati in termini di conti pubblici e alle prospettive sulla riduzione fiscale, che sono proprio i punti di critica del senatore leader dei "Liberaldemocratici". E ricorda a Dini che "i governi non si abbattono con le interviste, ma con un voto di sfiducia" e che "un eventuale governo istituzionale non dovrebbe solo ottenere la fiducia al Senato, dove i numeri sono quelli che sono, ma anche alla Camera, dove disponiamo di una grande maggioranza".

Dini sembra raccogliere la sfida, dichiarando "ci vedremo in Parlamento" e "finora solo promesse, vogliamo i fatti". E, notizia di oggi, Dini presenterà al governo delle proposte che, se non verranno accettate, lo porteranno a votare contro il governo.
Seggi contestati: nuovi scenari a Gennaio?
post pubblicato in Diario, il 26 dicembre 2007


                                  

Gennaio 2008 sembra davvero profilarsi come il mese decisivo per le sorti del Governo Prodi e della politica italiana. Da più parti risuona il "de profundiis" per il Professore e il suo esecutivo. Che il dissenso dei fuorisciti dal PD, i tre senatori Diniani e il tandem Manzione-Bordon, possa risolversi in un uscita dalla maggioranza proprio a Gennaio, non è proprio una certezza, ma una prospettiva possibile. Ciò che sembra certo, invece, almeno dalla sua dichiarazione sull'ultima (ennesima) fiducia ("Il rapporto fiduciario con il premier si è rotto per sempre) è l'uscita dalla maggioranza del Senatore Domenico Fisichella, ex AN (!) poi passato all'Ulivo nelle ultime elezioni, e poi uscito dal PD. Questo senza dimenticare il Senatore Turigliatto (ex Rifondazione), che almeno nelle fiducie sta votando contro, e il "Senador" Pallaro, indipendente eletto all'estero, che ben vedrebbe uno scenario di larghe intese.

Insomma, ben 8 voti che "traballanti" è dir poco, e che nemmeno i senatori a vita potrebbero sostituire. E per mezzo dei quali la verifica di governo del 10 Gennaio sarebbe inutile. E' davvero finita? Beh, è da vedere. Soprattutto quando Prodi annuncia a tutti i suoi obiettivi del 2008: salari e redistribuzione (con revisione delle aliquote Irpef, a vantaggio dei lavoratori dipendenti, quelli che più hanno subito la perdita del potere d'acquisto e che pagano fino all'ultimo le tasse, più altri provvedimenti come la dote fiscale per i figli). Sarebbe difficile per i "ribelli" giustificare un loro "tradimento" quando sono in gioco simili temi, condivisi da tutto il mondo sindacale. Ma alle parole devono seguire i fatti, e presto.

Tuttavia, ben più consistente ciambella di salvataggio potrebbe giungere il 21 Gennaio. Quel giorno, infatti, la Giunta per le elezioni del Senato esaminerà il ricorso della Rosa nel Pugno e altri, riguardanti un'interpretazione della norma sullo sbarramento regionale del 3% al Senato. Un ricorso che, se portato fino in fondo, porterebbe alla riassegnazione di 9 seggi del Senato. E, lasciando da parte quelli che rimarrebbero nei due schieramenti, si avrebbero simili cambiamenti: Turigliatto (ex RC) lascerebbe il posto a Pannella (RnP), a Coronella (AN) subentrerebbe Conte (Nuovo PSI, ora nel Csx) e a Izzo (FI) subentrerebbe Marotta (UDC, ma amico di Follini e che ha già dichiarato un suo probabile appoggio a Prodi). Insomma, da 157 a 157 (considerando Turigliatto all'opposizione) si passerebbe a 160 a 154 (166 a 154, con i senatori a vita). Senza dimenticare che il 16 Gennaio si discuteranno le dimissioni di Bordon, che vuole lasciare il Senato. Insomma, Turigliatto sarebbe fatto fuori, e sarebbero possibili anche 5 dissensi (da 166/154 a 161/159).

Il problema, per Prodi, è che sia approvato questo ricorso, e in tempi brevi. Il sì della Giunta è possibile (lì i numeri sono 13 a 12 per la maggioranza), ma quello del Senato? Dini e compagnia , senza contare i senatori della maggioranza che perderebbero il posto, accetterebbero il nuovo scenario? E quanto tempo ci vorrebbe? I senatori in discussione avrebbero diritto di voto sulla questione?
Se qualche esperto di regolamenti parlamentari ha letto questo post, ci aiuti a capire.

Certo che, se questo ricorso andasse fino in fondo, non si potrebbe negare che Prodi ha un gran bel Fattore C.......
Le tarantelle sul Welfare
post pubblicato in Diario, il 26 novembre 2007


 
                                
In questi giorni la Camera sta discutendo sul cosidetto "Protocollo Welfare", cioè un pacchetto di provvedimenti su pensioni, precariato e lavoro. Ma il lavoro principale non si svolge alla Camera. E' fuori dal Parlamento, infatti, che si cerca una mediazione fra le varie parti in causa, sempre le stesse: Rifondazione & Company da una parte, Diniani e "centristi" dall'altra. Questi ultimi, supportati dalle parti sociali, vogliono l'approvazione, senza modifiche, del cosiddetto "Protocollo di Luglio", cioè quello concordato appunto a Luglio tra governo e parti sociali (sindacati e Confindustria) e successivamente votato da 5 milioni di lavoratori (con l'81% di consensi). La sinistra "radicale", invece, invoca cambiamenti in nome dei lavoratori ("non si possono far vincere i poteri forti contro la grande maggioranza dei lavoratori", ha dichiarato Rizzo dei Comunisti Italiani).

Ora, una domanda sorge spontanea. Qual'è il popolo dei lavoratori da difendere, quello della maggioranza dei lavoratori (l'81%) o la minoranza? Inutile dire che è il primo. Perchè non si possono chiedere modifiche sostanziali ad una proposta che una volta tanto è condivisa sia da Governo, sindacati, Confidustria e accettata dalla stragrande maggioranza dei lavoratori. Non ha senso. Nemmeno per la sinistra "estrema". Semmai, qualche piccola modifica per venire incontro anche alle esigenze di chi ha votato in massa no (come i metalmeccanici), ma che non deve intaccare i principi del Protocollo.

E, se fiducia sarà (e in questo contesto è scontato che ci sarà la fiducia), che sia posta sul protocollo di Luglio (salvo quelle piccole modifiche). E se la fiducia non verrà accettata, pazienza. Inutile continuare a governare con gente ottusa che pensa diversamente persino della sua "base elettorale".
E il Tapirone va a Berlusconi....
post pubblicato in Diario, il 15 novembre 2007


                                      

Finalmente la consegna del Tapirone. Alle undici meno un quarto arriva il voto finale sulla Finanziaria 2008: 161 sì, 157 no. Senza senatori a vita, 157 sì e 156 no. In pratica, dei 158 senatori che la maggioranza ha avuto dalle elezioni solo Turigliatto è andato contro, non votando. La maggioranza quindi ha retto anche "politicamente". Dunque, Berlusconi non ha scusanti: ha fatto una figuraccia e dovrà ammetterlo. Dei "14 senatori pronti a passare con la CdL" non se ne è visto nemmeno uno.

Da sottolineare, comunque, le dichiarazioni di voto dei senatori Dini e Bordon (che rappresentano anche D'Amico, Scalera e Manzione). Hanno, in parole povere, dichiarato che la maggioranza deve cambiare rotta, che non c'è più una maggioranza vera e propria, che valuteranno di volta in volta i provvedimenti del Governo. Non si può dichiarare la maggioranza non c'è più e poi votarla per "senso di responsabilità". Se davvero credono che ci sia di meglio a questa maggioranza, che la facciano cadere. Inoltre, una soluzione per loro ci sarebbe: dimettersi, così verrebbero sostituiti da altri senatori dell'Ulivo e non sarebbero più costretti a votare provvedimenti "inadeguati" e contemporaneamente non avrebbero responsabilità. Invece no: rimarranno lì in Senato, a prendere i soldi e a soddisfare la loro mania di protagonismo, "facenn a muin" solo per ottenere attenzione dal governo. Che bassezza politica.

P.S. Lasciatemi una piccola soddisfazione...ho indovinato il risultato finale (161 a 157) :-)
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