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il blog di Francesco Zanfardino
Il Porcellum secondo Grillo
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2013




Ogni giorno si parla di crisi di Governo, o la si minaccia, ma la realtà è queste grandi intese sono destinate a durare a lungo, visto che gran parte delle classi dirigenti di questo Paese ci sguazzano alla grande, e verrebbero presumibilmente spazzate via o notevolmente ridimensionate da un nuovo ricorso alle urne. Di sicuro, a meno di clamorosi risvolti della vicenda berlusconiana, non sarà possibile alcuna crisi di governo finché non ci sarà una nuova legge elettorale.

Per diversi motivi. Innanzitutto, Napolitano non scioglierà le Camere finché non arriverà il pronunciamento della Corte Costituzionale proprio sulla costituzionalità del Porcellum (altrimenti farebbe eleggere un nuovo Parlamento con una legge che nel frattempo sarebbe molto probabilmente dichiarata anticostituzionale), e quindi non prima di Dicembre. Ma soprattutto il Porcelllum è la principale "scusante" usata da chi tifa per la durata del governo Letta: affossare le larghe intese significherebbe tornare al voto (dato che il Movimento Cinque Stelle si tira fuori dai giochi a prescindere), e quindi tornare al voto con questa immonda legge elettorale, quindi viva il governo Letta. Si potrebbe facilmente obiettare che con il Porcellum si sono svolte già tre elezioni e che, se in 8 anni non si è trovato il momento di abolirlo, forse tanto schifo non fa ai promotori delle larghe intese. Si potrebbe facilmente obiettare, inoltre, che se il Porcellum facesse tanto schifo ai lettiani, di destra e di sinistra, allora la nuova legge elettorale sarebbe la priorità del governo, o quantomeno lo sarebbe rispetto ad altre riforme istituzionali quali quelle costituzionali o della giustizia. Ma, come dire, criticare è fin troppo facile, sarebbe meglio mettere all'angolo questi signori eliminando ogni scusante.

Come? Restituendo centralità e dignità al Parlamento mettendo insieme, in quel consesso, una maggioranza alternativa alle larghe intese per approvare la riforma elettorale. Maggioranza alternativa che, gioco forza, richiede il sostegno del Movimento Cinque Stelle. Mi si risponderà che loro (o meglio, Grillo e quindi tutti loro) rifiutano ogni alleanza e qualsiasi fiducia a governi che non siano monocolori a 5 Stelle; certo, questo sarebbe un limite per la formazione di un nuovo Governo. Ma un Governo già c'è (quello Letta, appunto), e quindi non c'è bisogno di alcun voto di fiducia. E il 5 Stelle ha sempre dichiarato che, sulle singole cose, avrebbe votato anche favorevolmente se era d'accordo. Ebbene, perchè non sulla legge elettorale? 

Certo, per essere d'accordo con qualcuno, bisognerebbe avere un opinione. Il Partito Democratico, pur nella sua babele di opinioni, in fondo una posizione di sintesi l'ha già assunta (quella del "modello francese", ovvero una legge elettorale con collegi uninominali e doppio turno, per garantire al tempo stesso rappresentatività e governabilità, pur essendo disponibile al confronto); sappiamo che i centristi prediligono il modello tedesco (proporzionale con sbarramento per i partiti troppo piccoli). Ondivago, fin troppo, il PDL (che comunque tende a voler tutelare la tendenza bipolare). Ma, scandalosamente, è addirittura non pervenuta l'opinione del Movimento Cinque Stelle in merito. Nel programma elettorale non ce n'è traccia, ed è piuttosto grave per un partito che abbia in testa di risolvere i problemi del Paese (e la legge elettorale ne è uno dei più importanti, come universalmente riconosciuto e anche dal Movimento Cinque Stelle).

Sarebbe ora che tutto quel mondo socio-politico-giornalistico ostile alle larghe intese, oltre a massacrare quotidianamente il PD, facesse un po' di pressione anche su Grillo e sui grillini per tirar fuori la loro proposta sulla legge elettorale. Qualunque essa sia. Magari, il giorno dopo eliminare questa immonda legge sarebbe fin troppo facile ...

Uno vale uno?
post pubblicato in Diario, il 18 giugno 2013




L'idea della politica "orizzontale" mi stuzzica molto, è probabilmente ancora troppo d'avanguardia, ma credo tra qualche decennio guarderemo con sdegnata sufficienza questi anni di sfrenato verticisimo e autorefenzialità delle classi dirigenti. Certo, il concetto di "uno vale uno", per quanto possa sembrare una lapalissiana verità democratica, tende a perdere un po' di senso quando l'opinione del militante storico di partito viene messa sullo stesso livello dell'ultimo arrivato, tesserato magari da un capobastone per garantirsi la sua quota d'azioni in quelle S.p.a. che sono spesso diventati i partiti (almeno quelli dove non c'è direttamente un padre-padrone che comanda, senza troppi fastidi "democratici" o presunti tali).

In ogni caso, il Movimento Cinque Stelle, dove si spera che le truppe cammellate e le logiche azionarie non siano ancora arrivate, ha fatto dell'"ognuno vale uno" proprio uno dei suoi principali slogan, inserito nella retorica del "non-partito", del "non-statuto" eccetera ...

Uno slogan cui ho pensato molto, nel seguire distrattamente la vicenda, un po' penosa, della guerra tra bande all'interno del M5S (che bella novità, devo dire) e del clima un po' da purghe staliniste in cui Beppe Grillo ha deciso di far precipitare il suo movimento. Se ognuno vale uno, Beppe Grillo vale come uno qualunque dei suoi iscritti. O almeno così ha sempre detto di essere, vantandosi di essere solo un "megafono" del Movimento.

Ebbene, allora per quale motivo dovrebbero essere espulse dal M5S parlamentari che hanno avuto l'unico difetto di contestare il ruolo di "uno qualunque" degli iscritti? Secondo la stessa logica, non andrebbe espulso anche Beppe Grillo? Non ha forse anche lui criticato (così duramente) l'operato di "iscritti qualunque" del Movimento?

Francesco Zanfardino - www.discutendo.ilcannocchiale.it
Democrazia e Facebook
post pubblicato in Diario, il 30 settembre 2010


                                            

Le divisioni interne al "Popolo Viola", il movimento di elettori di centrosinistra costituitosi poco meno di un anno fa in occasione del primo "No B Day" autoconvocato via Facebook per il 5 Dicembre 2009, offrono uno spunto di riflessione importante sul futuro della democrazia nell'era della Rete.

Internet sta infatti incidendo sempre di più nel mondo politico: basti pensare alla campagna elettorale di Obama, che ha visto in Internet una fondamentale arma di comunicazione e coinvolgimento degli elettori, oltre che una miniera di finanziamenti per la campagna. Ma anche nella retrograda Italia il mezzo Internet è diventato sempre più irrinunciabile per i partiti, persino per quei leader che non saprebbero nemmeno accendere un PC (basti pensare ai continui videomessaggi postati dallo staff di Berlusconi sul sito dei "Promotori della Libertà"). Ma l'evento clou è stato certamente l'avvento dei social-network come Facebook, che hanno fornito la possibilità di condividere con le masse informazioni, pensieri, idee, propaganda, facilitando l'emersione "dal basso" di movimenti d'opinione, se non veri e proprie forze politiche.

E' appunto il caso del "Popolo Viola", ma anche del "Movimento Cinque Stelle" di Grillo. Entrambi coagulano consensi provenienti da quella massa di elettori che vogliono stare al di fuori dei partiti ma non vogliono rinunciare alla partecipazione civica; anzi, soprattutto i grillini disprezzano i partiti, ritenuti "morti" e incapaci di fornire una svolta al Paese. Ma non è così, e lo dimostrano proprio divisioni interne al Popolo Viola, con gli organizzatori del secondo NoBDay disconosciuti da molti esponenti di spicco e coordinamenti locali del "movimento": i partiti sono malati, non morti, e se anche lo fossero sarebbe morta con loro anche la democrazia. Senza una struttura organizzata, una democrazia interna basata su aderenti (iscritti, con congressi, oppure simpatizzanti, con "primarie" reali o virtuali) e organismi decisionali che li rappresentano, i "movimenti" o sono basati su una leadership incontestabile, oppure finiscono nell'anarchia, perchè nessuno riconosce autorità ad altri e viceversa (come sta succedendo al "Popolo Viola"). Qualcuno risponderà che almeno il Movimento 5 Stelle, a differenza dei "viola", sembrebbe che stia intraprendendo l'altra strada, quella della strutturazione più solida: ma allora abbandonino l'ipocrisia, perchè stanno diventando loro stessi un "partito"; che poi si chiamino "movimento", "alleanza", "lista civica", "unione", "federazione" o "partito" poco importa, perchè la strutturazione è quella partitica.

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Fischi e democrazia
post pubblicato in Diario, il 5 settembre 2010


                                             

Comincio a dirlo subito: io a Torino non avrei fischiato. O quantomeno non così: non è nel mio stile fischiare a prescindere, preferisco farlo sui contenuti, su quello che dice una persona (e comunque proprio quando le spara grosse). Quelli a Schifani, alla festa nazionale del PD, erano però qualcosa di più di un fischio: erano una vera e propria contestazione con lo scopo di impedire di parlare a Schifani.

Ed è quei il principale errrore commesso dai contestatori di piazza Castello. Non siamo in un regime, e Schifani non è un mafioso: è "solo" una personalità con delle forti ombre sul suo passato di avvocato, in cui potrebbe aver stretto delle relazioni con alcuni mafiosi. Non è certo a livello di Dell'Utri, e quindi non aveva alcun senso impedirgli di parlare: avrei compreso, e forse qualcosa di più, una contestazione anche ancora più forte, ancora più rumorosa e creativa, il sufficiente per fare notizia ed accendere i riflettori su questi aspetti oscuri. Ma poi bisognava smetterla e lasciar procedere il democratico dibattito.

Così non è stato, ed è stato un vero peccato. Perchè nell'esagerare i contestatori non hanno guadagnato nulla in più, se non le giuste critiche bipartisan e persino il richiamo del Presidente Napolitano. Anche se certe critiche sono esagerate: non si è trattato certo di "squadrismo", una parola che evoca violenza fisica e non verbale (e il paragone con Fini è quantomeno inopportuno perchè in quel caso le contestazioni sarebbero state organizzate all'interno del suo stesso partito), ed è sempre meglio un urlo scorretto che un silenzio complice.

E al tal proposito le sue colpe ce l'ha anche il Partito Democratico. Non solo perchè, a mio modesto parere, non avrebbe dovuto invitare Schifani: va bene invitare le persone dell'altro schieramento, ma Schifani non aveva nulla di interessante da dire per il popolo democratico, e infatti non l'ha detto, essendo uno dei pappagalli del berlusconismo, e quindi se ne poteva decisamente fare a meno, soprattutto dopo l'emergere delle "ombre mafiose". Ma il PD ha le sue colpe anche perchè sulla vicende di Schifani non ha detto praticamente nulla, proprio quando sulla sua controparte Fini continuava un'aggressiva campagna mediatica su vicende molto, ma molto minori. E i silenzi del PD si sono sentiti anche su altre vicende simili, in nome di un "garantismo istituzionale" che molto facilmente può essere interpretato come una sorta di connivenza. Ed alimenta così lo scontento in persone che potrebbe tranquillamente raggiungere e coinvolgere e che invece induce allo scontro, "perchè se loro non dico nulla, l'unico modo che ho per farmi sentire è questo". Insomma, ci vuole una classe dirigente del PD che di fronte ai fenomeni "viola" e "grillini" sappia coinvolgerli, e non respingerli affibbiandogli la qualifica di "antipolitica" e basta. Senza perdere l'identità riformista, sia chiaro.

E quanto ai "contestatori", se cominciassero a combatterlo sul serio il sistema, anzichè solo contestarlo, il compito sarebbe più facile per tutti. Fischiare può essere democrazia, ma fischiare e basta non è politica ... e senza politica non si cambia questo Paese.

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Non c'è due senza tre
post pubblicato in Diario, il 21 febbraio 2010


                                              

Lombardia e Emilia Romagna potrebbero tornare a voto dopo le Regionali di Marzo: a quanto pare, infatti, le più che probabili rielezioni di Formigoni e Errani, governatori uscenti rispettivamente da tre e due mandati, potrebbero essere dichiarate illegittime. La notizia da qualche tempo bazzica sul blog di Beppe Grillo: in pratica, l'articolo 2 della legge 165 del 2004, che disciplina i casi di ineleggibilità dei Governatori di Regione, prevede la "non immediata rieleggibilità allo scadere del secondo mandato consecutivo del Presidente della Giunta regionale".

Le parole non lascerebbero scampo ai due, anche se c'è un dubbio sulla retroattività della norma o sulla sua applicabilità in mancanza di una autonoma legge elettorale regionale. In ogni caso, un ricorso sarebbe più che fondato, secondo il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma dobbiamo correre il rischio? Non c'è modo per gli elettori di sapere se il loro voto sarà inutile?

Anche se, in effetti, legge o non legge, il tema della ricandidabilità per così tanti mandati (Formigoni, se eletto, si appresterebbe a celebrare il "ventennio") andrebbe affrontato comunque dalla politica. Per il PD e il PDL era così indispensabile ricandidare Formigoni e Errani? Davvero non c'erano personalità in grado di guidare meglio la Regione?

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Aprire gli occhi
post pubblicato in Diario, il 14 agosto 2009


                                               
 
In questi giorni ha fatto "scalpore" un appello di Beppe Grillo per la depenalizzazione delle droghe leggere, lanciato dal suo blog mercoledì scorso, in concomitanza con un'intervista del blog a Marco Pannella, storico leader dei Radicali ed autore da decenni di una battaglia per l'antiproibizionismo (tanto da essere citato dagli Articolo 31 nella famosa e metaforica canzone "Maria Maria", inno della battaglia antiproibizionista). Beppe Grillo l'ha in particolare collegata al problema del sovraffollamento delle carceri, sostenendo che basterebbe depenalizzare l'uso di tali droghe per svuotare le carceri ed evitare i tanti suicidi che ogni anno avvengono per le loro condizioni disumane.

In realtà ci sono anche tanti altri buoni argomenti a sostegno della depenalizzazione. Innanzitutto, la realtà dei fatti: le droghe leggere sono diffusissime ormai nella nostra società e soprattutto dei nostri giovani. Non c'è bisogno di statistiche per saperlo: basta viverci, nella società, per sapere che gli "spinelli" sono diffusissimi, "grazie" alla loro facile accessibilità ed anche al loro basso prezzo. Qualunque adolescente, anche giovanissimo, che voglia farsi uno spinello può farlo tranquillamente. Ormai l'unica discriminante è la volontà o meno di farsi una "canna". E se un adolescente decide di rifiutare tali droghe lo fa perchè la pensa in un determinato modo, oppure perchè ha ricevuto una determinata educazione dalla propria famiglia, eccetera ... certo non perchè è "illegale".

Dunque, "depenalizzare" le droghe leggere non creerebbe nuovi "adepti" al clan dei "cannaioli". In compenso, permetterebbe di cominciare a tenere sotto controllo il fenomeno, di portarlo definitivamente alla luce e dunque di convogliarlo verso strumenti legislativi e sociali che ne riducano l'estensione. Inoltre, consentirebbe di strappare ingenti somme di denaro alla malavita organizzata e di consegnarle nelle mani dello Stato (perchè ovviamente lo Stato ne avrebbe il monopolio, come per le sigarette). Si potrebbe, dunque, destinare tali fondi, insieme a quelli provenienti dal fumo e dall'alcool (è indecente che questo non avvenga già ... e soprattutto alimenta le contestazioni di chi dice che, in fondo, lo Stato ci guadagna sulle dipendenze altrui) proprio alla prevenzione ed alla cura delle tossicodipendenze, dell'alcolismo e del tabagismo, oltre che alla lotta al traffico illegale di stupefacenti. Si potrebbe dire: ma, depenalizzando le droghe leggere, cadrebbe quel senso di "trasgressione" che spinge molti giovani a farne uso, e così potrebbe innescarsi un consumo maggiore di droghe pesanti. In effetti, è l'unica obiezione che accetto. Dubito che possa davvero avvenire questo (ciò che comporta la diffusione di un fenomeno del genere è prevalentemente il suo costo, non il "senso di trasgressione") ma, se anche fosse così, allora per la stessa logica dovremmo tornare indietro, proibendo anche fumo ed alcool. In fondo gli effetti non sono così diversi, ed anche loro una volta erano simboli di trasgressione: e allora perchè loro sì e le droghe leggere no?

Ovviamente il consumo "legale" di droghe leggere andrebbe consentito con tutte le limitazioni e le accortenze del caso. Inutile che elenchi qualche esempio: l'importante è il concetto, e cioè che forse è proprio arrivata l'ora di aprire gli occhi e di non far finta che i problemi non esistano. Si trovi una soluzione migliore, oppure la depenalizzazione delle droghe leggere s'ha da fare. Peccato che viviamo in Italia, e per questo motivo ciò non avverrà mai. Troppa paura della politica di essere impopolare, soprattutto presso certi "ambienti". Molto meglio "farsi" in privato e fare professione di proibizionismo in pubblico, no?

P.S. E, giusto per essere chiari, a scrivere è uno che non ha nemmeno mai fumato una sigaretta, figurarsi farsi una canna. Ma anche uno che gli occhi li usa, e non si gira dall'altra parte.

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Grillusconi?
post pubblicato in Diario, il 2 aprile 2009


     

Ieri sera ad "Exit", su La7, doveva andare in onda un "grande evento" televisivo: il ritorno di Beppe Grillo in diretta TV, dopo anni di silenzio (o forse sarebbe meglio dire censura?). Al massimo ha avuto spazio in trasmissioni come Matrix e soprattutto AnnoZero, ma solo come registrazione dei suoi "comizi" in occasione di V-Day e similari.

Però non è cambiato niente, è come se fosse andata in onda una cassetta registrata, perchè Grillo ha rifiutato il contraddittorio. Nonostante avesse garantito alla conduttrice Ilaria d'Amico che avrebbe accettato il contronto con gli ospiti in studio, Beppe Grillo ha solo fatto un monologo di una ventina di minuti, dicendo cose per carità giuste, altre meno giuste, altre probabilmente sbagliate, ma comunque messe insieme tutte alla rinfusa, grossolanamente e confusionariamente, cosìcchè lo spettatore a casa avrà avuto molta difficoltà a comprendere il messaggio di Grillo. Inoltre, rifiutare il contraddittorio, travalicando anche il diritto altrui a parlare (addirittura lamentandosi che Tabacci non lo faceva parlare, mentre invece accadeva l'esatto contrario), avrà aggravato la sua posizione nei confronti del pubblico. Per non parlare del suo stile "comico", come d'altronde è, ma che è più volte sfociato nel ridicolo, che avrà reso lui e le cose che ha detto ancora meno affidabile agli occhi di chi non lo conosce. Mentre invece un libero confronto avrebbe non solo potuto rendere più comprensibile il messaggio di Grillo, ma avrebbe anche permesso a Grillo di mettere in difficoltà i "signori della politica" presenti in studio, se le sue idee erano davvero così giuste come dice (e, ripeto, come in buona parte sono).

Si dirà che Grillo è un comico, non un politico: certo, ma fa politica, quello che ha detto erano messaggi politici (il programma delle sue liste civiche) ed è stato invitato in una trasmissione politica, dove politici e non si confrontano su temi dell'attualità politica. Senza fare "passerelle", monologhi insomma.

E allora, come ha detto l'on. Tabacci ieri in studio, Grillo ieri sera ha semplicemente fatto la "figura del Berlusconi": protagonismo, assolutismo, so-tutto-io, criminalizzazione degli altri, rifiuto del confronto, eccetera. Il che non è certo il massimo per chi (giustamente) attacca Berlusconi per queste ed altre cose.

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P.S. Da oggi "Discutendo" è anche su Facebook: aggiungilo come amico cliccando sul simbolo di Facebook qui sotto, oppure a questo link, oppure cercando il profilo "Discutendo Il-Blog". Così, per chi di voi usa Facebook, sarà più facile ed immediato seguire il blog, e magari condividerlo con gli altri, se vi piacciono queste quattro cose che scrivo ...

                                                                                

E' Grillo il futuro dell'informazione? (grazie per le 10.000 visite!)
post pubblicato in Diario, il 10 gennaio 2008


                           

Nel ringraziarvi per le 10.000 visite raggiunte oggi, dopo 82 giorni di attività, vorrei parlarvi dei blog in generale e del loro futuro nell'informazione. A mio parere penso che i blog siano davvero uno strumento importante (e d'altronde, se fossi convinto del contrario, non sarei qui), perchè permettono una interattività maggiore di giornali, televisione, radio e similari. E, rispetto ai dibattiti "a voce", "faccia a faccia" (rispetto ai quali sono indubbiamente inferiori), permettono comunque una maggiore "comodità": sarebbe difficile organizzare dibattiti ogni giorno.

Ovviamente, i blog vanno gestiti bene. Innanzitutto, l'autore deve rispondere ai post. Altrimenti manca quell'elemento di interattività che ne è alla base. Ovviamente, nei limiti del possibile: non pretendo che i blogger invasi da centinaia di post (non è il mio caso :-) rispondano a tutti, ma almeno ad una parte. Altrimenti, non è un blog, è un monologo.
Per questo trovo ingiusto indicare Beppe Grillo come simbolo del mondo dei bloggers. Mentre farei delle congratulazioni "bipartisan" a Mario Adinolfi e DAW (chiunque si celi dietro questo nick), che, nonostante siano i blog più visitati del Cannocchiale, con quantità di commenti enormi, trovano il tempo e la disponibilità a rispondere a tutti i commenti.
Le motivazioni di questo mia critica a Beppe Grillo le trovate ben esposte in questo articolo di Gilioli sull'Espresso, che condivido pienamente e riporto integralmente.

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A.Gilioli, "L'intervista mai fatta a Beppe Grillo"

Il giorno 2 gennaio, come molti, ho letto e visto in Internet il “discorso di Capodanno” di Grillo. Nel quale, come si ricorderà, è stato lanciato il V-day contro i giornali per il 25 aprile prossimo venturo. Tra le altre cose, nel suo discorso Grillo prevedeva con certezza che tutti media “mainstream” avrebbero volutamente ignorato il suo V-day sui giornali, visto che la cosa riguardava direttamente gli interessi delle testate e dei loro proprietari.

Il fenomeno Grillo mi interessa, da tempo vado scrivendo diverse cose sulle storture del sistema editoriale in Italia (a partire dall’Ordine e dalla legge sulle provvidenze) e credo anche che i giornali debbano interessarsi delle fasce della società che Grillo più o meno rappresenta. Quindi il giorno stesso telefono a Grillo sul suo cellulare per proporgli un’intervista sul tema del V-day contro la stampa, la “vera casta” come dice lui.

Grillo mi risponde quasi subito, con gentilezza, ma nicchia un po’ sull’intervista: «Io sono un monologhista», mi dice testualmente. «Invece dell’intervista le scrivo un pezzo io e voi lo pubblicate su L’espresso». Io gli rispondo che un pezzo no, non ci interessa, che per quelli c’è già il suo seguitissimo blog e noi invece vorremmo un confronto, anche aspro magari, sul tema che ha lanciato, il V-Day contro i giornali. Gli prometto che però, ovviamente, tutte le sue risposte saranno riportate senza variazioni e senza alcuna censura, che ha la più assoluta libertà di dire quello che gli pare, che sono dispostissimo a mandargli i suoi virgolettati per approvazione a intervista scritta. «Mah», dice lui, «non so, io non do il mio meglio in queste cose».

Insisto, gli faccio presente che un confronto civile è il modo migliore per far crescere e circolare le idee, gli propongo di andarlo a trovare dove si trova e alla fine sembro parzialmente convincerlo: «D’accordo, facciamolo», dice, «ma non di persona. Mi mandi le sue domande via mail e io le rispondo subito dopo le feste». Il giorno dopo mi metto al mio pc e una dopo l’altra snocciolo le domande. Sono tutte molto semplici, anche se non a zerbino.

Gli chiedo ad esempio se non ritiene che i giornali e la Rete possano convivere, visto che la tivù non ha ucciso la radio.
Se non crede che grazie alla loro buona salute economica molti giornali possano fare anche ottime inchieste, e gliene elenco alcune di questo e di altri giornali. Gli faccio l’esempio di Mastella, su cui diversi giornali hanno fatto inchieste ampiamente riprese dallo stesso Grillo nel suo blog. Gli chiedo dunque se non pensa che sia sbagliato mettere sullo stesso piano i quotidiani di partito inesistenti che prendono soldi direttamente dallo Stato e i giornali veri - magari perfino utili al dibattito sociale e al controllo sulla politica - che hanno solo detrazioni postali e contributi per la carta.
Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.
Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.
Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.
Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.
Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.
Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Gli mando il tutto con una bella mail. Passa la Befana, passano altri due giorni ma da Grillo nessuna risposta. Gli mando un sms per ricordargli il nostro accordo, lui non risponde. Gli mando un’altra mail copiaincollando la precedente, nel caso la prima si fosse persa. Niente.

Questa mattina, 9 gennaio, gli telefono:
«Pronto buongiorno sono Gilioli de L’espresso, la disturbo?»
«Certo, lei mi disturba sempre».
«Mi dispiace. Volevo sapere se ha visto le domande che le ho mandato…».
«Certo che le ho viste e non intendo minimamente risponderle».
«Come mai?»
«Perchè sono domande offensive e indegne».
«Mi scusi, ma non mi pare, sono solo domande. Servono a un confronto. Se lei mi dà le sue risposte per iscritto, io le trascrivo tali quali, le dò la mia parola».
«No, non se ne parla neanche, lei non ha capito niente. Buongiorno».
«Buongiorno».

Da questa ridicola esperienza, deduco due o tre cose di cui credo di avere ormai la certezza.
Primo: Grillo ha una paura fottuta del confronto. Sa che il suo linguaggio apocalittico e assertivo non ha niente a che vedere con lo scambio di idee e con il dibattere. E’ chiuso nel suo monologhismo. Sa di non avere argomentazioni razionali forti per difendere le sue affermazioni a tutto tondo, sa che il confronto lo obbligherebbe a qualche sfumatura e sa che probabilmente le sfumature lo annienterebbero, visto che il suo successo è figlio della sua assertività.
Secondo: Grillo ha una strategia di comunicazione basata sul vittimismo da censura. Io gli avevo promesso tre o quattro pagine di intervista su “L’espresso”, lui ha preferito non apparire per poter dire che la grande stampa lo ignora e lo censura. Bene, visto che da qui al 25 aprile andrà strillando al mondo che i giornali non parlano del suo V-Day perché ne hanno paura, si sappia che questo giornale voleva concedergli ampio spazio ma che lui lo avrebbe accettato solo per monologare, per ospitare la sua invettiva, e non per un’intervista. Nemmeno il più tracotante politico della Casta, a fronte di una richiesta di intervista, risponde “O scrivo io da solo e senza domande o niente”.
Terzo: Grillo con ogni probabilità usa così tanto Internet - e detesta così tanto i giornali - proprio perché il blog gli consente questo non-confrontarsi, questo non-dibattere. Perfino Berlusconi - dopo i primi tempi in cui mandava le videocassette registrate ad Arcore - ha imparato a rispondere alle domande dei giornalisti. Grillo no. Grillo si trincera dietro Internet per non ricevere domande, per non confrontarsi. Per esaltare, come direbbe lui, le sue caratteristiche di “monologhista”.

Attenzione, ragazzi, perché se questo è il futuro della politica in Rete fa veramente schifo.

                                                                                                      A.Gilioli, l'Espresso, 9 Gennaio
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P.S. Un grazie a Grillo per essersi impegnato nel risolvere il problema rifiuti in Campania.
P.S.S. E' un grazie ironico, ovviamente. Ma perlomeno lui non è (ancora) un politico.

Io sto con Napolitano
post pubblicato in Diario, il 14 dicembre 2007


                                <b>Grillo in Senato consegna le firme<br>A Napolitano: "Questa è la tua Italia"</b>

Beppe Grillo è tornato sulle scene della "politica" italiana
. Lo ha fatto presentando al Senato una proposta di legge di iniziativa popolare, sottoscritta da circa 350.000 persone, denominata "Parlamento pulito". Le firme le ha portate in risciò in Senato, dove è stato accolto una marea di persone, anche bambini (cui ha detto: "ma lo sapete che avete già 5.000 euro di debito", riferendosi al debito pubblico diviso per abitante). La gente gli urlava: "Beppe cantagliela tutta" (ai politici). Lui li arringava con bordate per tutti, destra e sinistra: "Gazebi, psico-nani, cose rosse: questa non è politica. C'è gente qua da 30 anni, una volta nella vita devono capire cosa fa tutti i giorni il popolo sovrano".

Ma, soprattutto, ha duramente criticato il presidente della Repubblica Napolitano: "Questa è l'Italia di Napolitano, non la mia", ha dichiarato il comico genovese, in risposta alle affermazioni di ieri del Presidente "L'Italia non è il paese di Grillo". Io penso che non si possa non essere d'accordo con Napolitano. E' vero, la politica ha mille problemi, ma non si può pensare di risolverli con la demagogia e con l'attacco contro tutti e tutti. E' facile criticare dall'esterno, denunciando problemi ma senza trovare effettive soluzioni. Sarebbe bello abbassare le tasse, garantire un posto fisso a tutti, eliminare la povertà, ma chi governa, destra o sinistra, deve tenere conto delle risorse disponibili e dei fatti concreti. Non che la politica sia davvero così: ma certo non può essere la politica di Grillo. Si può e si deve criticare la politica: ma per farlo bisogna essere in grado di rappresentare un'alternativa. Il resto è solo demagogia.

Quali sono le proposte di Grillo? Impedire ai condannati di sedere in Parlamento e massimo due mandati per i parlamentari. Il fine delle due proposte è certamente lodevole: è indegno che corrotti e mafiosi ci rappresentino e che alcuni parlamentari siano in carica da trent'anni senza aver dato un gran contributo al Paese. Ma certo non tutti i parlamentari sono così. E, soprattutto, perchè impedire a persone condannate per "reati minori" come la diffamazione e persone che meritano di rappresentarci a lungo di stare in Parlamento? Il problema non va risolto così, ma con le preferenze: devono essere i cittadini a decidere se determinate persone possono rappresentarci e magari farlo anche a lungo.
E sui grandi problemi dell'Italia? Come pensa di affrontarli il "Grilletto", o magari è solo in grado di sparare a zero sulla politica italiana?

Insomma, io sto con Napolitano. E a quelle persone che, di fronte allo spettacolo spesso indecoroso della politica, si lasciano andare a derive demagogiche, all'antipolitica insomma, dico che se non si occupano di politica, la politica si occuperà di loro. Le cose possono essere cambiate solo dall'interno, e non dall'esterno.


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