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il blog di Francesco Zanfardino
Il PD sostenga il referendum elettorale
post pubblicato in Diario, il 8 agosto 2011


E' ufficialmente partita la campagna referendaria "Firmo, voto, scelgo" coordinata dall' on. Arturo Parisi (Pd) e sostenuta, attualmente, da Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà, oltre a varie sigle associative. I due quesiti proposti si propongono entrambi di eliminare l'attuale legge elettorale, denominata "legge porcata" dal suo stesso autore (Calderoli), il primo proponendo un'abrograzione totale della legge, il secondo proponendone un'abrograzione parziale, volta ad eliminare le "nuove disposizioni" introdotte dalla Legge Calderoli sul sistema elettorale.

Due quesiti per lo stesso obiettivo, ovvero eliminare del tutto il "Porcellum", senza pasticci, e tornare così alla vecchia legge elettorale, il cosiddetto "Mattarellum" (dal nome dell'estensore, Sergio Mattarella), che prevedeva l'elezione del 75% dei parlamentari tramite collegi uninominali (l'Italia veniva divisa in TOT territori che eleggevano TOT candidati, venendone eletto quello che riceveva più voti in ogni singolo collegio) e il 25% in maniera proporzionale fra tutti i partiti che avessero ottenuto almeno il 4% dei voti su scala nazionale. Un sistema misto, insomma, a tendenza maggioritaria (e quindi bipolarista, favorendo il costituirsi di due schieramenti maggiori) ma con un correttivo proporzionale per salvaguardare i partiti fuori dai "poli" (anche se c'è uno sbarramento piuttosto alto).

Sia chiaro: non è propriamente questo il mio modello ideale di legge elettorale. Io sono più per una correzione dell'attuale legge elettorale (che è un proporzionale con premio di maggioranza), reintroducendo le preferenze, sostituendo gli attuali sbarramenti unici con sbarramenti multipli e "graduali" (che taglino la "cifra elettorale" dei partiti minori, favorendo i partiti maggiori senza cancellare quelli minori), superando la divsione regionale dei seggi al Senato e introducendo una "scheda unica" per Camera e Senato (per evitare il formarsi di maggioranze diverse fra Camera e Senato), abbassando l'età minima per candidarsi alla Camera ecc. ecc. Tutte cose che dovrei spiegare più nel dettaglio, ma il concetto è che per me una buona legge elettorale deve garantire, o comunque tendere a garantire, almeno due cose fondamentali: la maggioranza in Parlamento a chi vince le elezioni  e il rapporto eletto-elettore.

La legge che uscirebbe dal referendum rispetterebbe entrambe le esigenze: i collegi, infatti, garantiscono per definizione il rapporto fra l'eletto e l'elettore, o meglio il territorio (l'elettore infatti non "sceglie" il suo rappresentante preferito del partito, che è comunque imposto dall'alto ... questo verrebbe garantito dalle preferenze), e favoriscono (ma non garantiscono, come farebbe il premio di maggioranza) il formarsi di maggioranze in Parlamento. Questo a differenza dell'altro referendum che era stato proposto quest'estate, il cosiddetto "referendum Passigli", che reintroduceva sì le preferenze, ma eliminava il premio di maggioranza e quindi consegnava l'Italia a derive neocentriste e partitocratiche, con annesso fortissimo rischio di ingovernabilità (la prima Repubblica, insomma), maggiore che negli altri sistemi elettorali.

Ecco perchè sostengo "Firmo, voto, scelgo". Non ne uscirebbe quella che per me è la legge elettorale migliore, ma si tratterebbe comunque di una buona legge elettorale che ci restituirebbe una politica più attenta alle esigenze dei cittadini e soprattutto più "controllata" dai cittadini, con meno rischi di ritrovarci parlamentari catapultati e trasformisti. E soprattutto si tratta dell'unica vera possibilità di evitare di rivotare di nuovo nel 2013 con la legge "Porcata", a meno di non voler credere che questo Governo cambierà la legge elettorale (ci vuole molto ottimismo per crederci).

Ecco perchè vorrei che il principale partito d'opposizione, ovvero il Partito Democratico, sostenga la campagna referendaria. E' vero, il PD ha una sua proposta di legge, che tra l'altro è una buona legge, una buona mediazione fra le proposte dei vari partiti (perchè sarebbe sempre auspicabile che le regole del gioco si scrivano insieme); ma, in fondo, la legge proposta del PD non è poi così enormemente diversa dal Mattarellum (ne aumenta la quota proporzionale dal 25% al 50% e introduce il "ballottaggio" nei collegi uninominali; la differenza, in sostanza, si riduce di un po' la spinta "bipolarista" del Mattarellum accontendando le esigenze dei "terzopolisti") e soprattutto, dicevo, per essere realizzata necessiterebbe di una assai improbabile approvazione in Parlamento. Non a caso buona parte del Partito (Bindi, Veltroni, Castagnetti, ecc.) sosteneva questo referendum abrogativo del Porcellum, prima di lasciare solo Arturo Parisi perchè in Direzione Nazionale si era trovato l'accordo sulla proposta di legge.

Allora, se davvero il PD vuole evitare a tutti i costi che si voti alle prossime elezioni con il "Porcellum", scelga la strada più concreta, ovvero il referendum, nonostante non aderisca perfettamente al proprio programma elettorale. Anche perchè, nonostante le difficoltà (bisogna raccogliere 500.000 firme entro Settembre, inoltre bisognerà vedere se la Cassazione accetterà la possibilità di abrogare interamente la legge elettorale), credo che alla fine il Referendum si farà e il PD si vedrà comunque costretto a sostenerlo, come già successo agli scorsi referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento.

Non varrebbe la pena, una volta tanto, essere furbi (oltre che intelligenti) e sostenere le cose giuste fin da subito, anzichè lasciarsi sempre dominare sempre da strategismi, tecnicismi e "palazzismi" che si sono sempre dimostrati fallimentari?

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Auguri
post pubblicato in Diario, il 7 febbraio 2010


                                                       

Antonio Di Pietro è stato confermato alla guida dell'Italia dei Valori. Ma questa non è certo una sorpresa, visto il peso ancora troppo determinante che ha in quella che, in fondo, è pur sempre la sua "creatura". Semmai possono soprendere le parole con le quali il leader dell'IDV ha accompagnato i suoi interventi in questa tre giorni congressuale; parole che hanno fatto parlare di una "svolta riformista" dell'IDV.

DI Pietro ha infatti sentenziato che non basta più la "protesta sterile", non basta più "l'opposizione di piazza", ma bisogna lavorare "all'alternativa", a governare il Paese. Sembra quasi di sentire Bersani. Anzi, l'obiettivo deve essere proprio quello di arrivare alla fusione con il PD ("sarebbe un giorno molto importante", ha detto l'ex pm). E, intanto, il congresso dell'IDV ha dato anche il via libera alla contestata candidatura di Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, alla presidenza della Campania (anche se De Magistris rimane contrariato dalla scelta): un segnale di maturità, visto che le vicende giudiziarie in cui è coinvolto De Luca sono assimililabili a "reati politici", un po' come quelli di opinione, che spero venga ricambiato con il sostegno del PD alla candidatura dell'imprenditore Callipo in Calabria (visto l'ottimo profilo del candidato rispetto al devastante Loiero, e visto che è anche l'unico che ha qualche chances di vittoria).

Ma basta questo a credere nella "svolta riformista"? Io ho i miei dubbi. In fondo, queste sono parole che abbiamo già sentito svariate volte, anche se mai tutte insieme, e poi Di Pietro ha sempre fatto di testa sua. Un po' come la cancellazione del suo nome dal simbolo dell'IDV, promessa e ripromessa (l'ultima volta dopo le Europee) e mai mantenuta. Così come Di Pietro è contraddittorio sulla fusione con il PD, visto che dopo le Politiche è venuto meno alla promessa di fare un gruppo parlamentare unico con i Democratici. E, in fondo, ogni parola "riformista" usata da Di Pietro è stata poi sempre seguita da un profilo di opposizione giustamente inflessibile al berlusconismo, ma limitata solo a quello e non orientata a diffondere una propria idea di Paese (cosa che manca pure al PD, per carità, anzi almeno l'IDV fa l'opposizione inflessibile).

Insomma, è tutto da vedere. Se l'IDV diventerà davvero riformista, e soprattutto si fonderà col PD (bisognerebbe davvero riaprire il "cantiere democratico", aprendolo a Radicali, Vendola e alle altre forze di centrosinistra), sarebbe un forte passo avanti per il centrosinistra e per l'Italia. L'importante è che il "riformismo" non sia il quello propugnato da certi vertici del centrosinistra, che in realtà andrebbe meglio definito "pagnottismo".

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La lezione di Nichi
post pubblicato in Diario, il 25 gennaio 2010


                                            

La politica non è solo "strategia". Questa la lezione che certi "strateghi" all'interno del PD dovrebbero trarre dalle Primarie di ieri in Puglia, che hanno visto il trionfo senza se e senza ma del governatore uscente Nichi Vendola.

Il leader di Sinistra Ecologia Libertà aveva tutto contro. L'Udc, persino l'Idv, ma soprattutto il formidabile apparato dalemiano, nella terra di D'Alema, che aveva appena dimostrato la sua forza al Congresso del PD (93mila voti per Bersani): il tutto inquadrato in un contesto nazionale guardava con estreme "interesse" al "laboratorio Puglia" per un futuro accordo più organico tra PD e UDC in nome del "riformismo" opposto al "massimalismo" delle sinistre e al "giustizialismo" dell'IDV. Per non parlare dei tanti dubbi che sono stati fatti aleggiare sull'onestà di Vendola e sulla qualità della sua amministrazione, che invece indubbiamente sono state ben sopra alla media delle alte amministrazioni del Sud (a voi il giudizio in termini assoluti). Eppure Vendola ha vinto su Boccia, il candidato "riformista". Di larghissima misura (oltre il 70%), con una larghissima partecipazione (oltre 200mila votanti, più di qualsiasi primaria che si sia svolta in Puglia). Ed ora, paradossalmente, sembra avere più speranze di vittoria alle "secondarie" (le Regionali) di un Boccia appoggiato dall'Udc.
 
La dimostrazione, insomma, che non sempre per vincere basta la somma di voti e apparati. Serve, soprattutto verso sinistra, un progetto convincente, un'alleanza credibile, valori precisi e candidati che vivono il territorio e di cui ci si possa fidare. E, se il candidato in questione è il governatore uscente ed ha anche governato bene, a maggior ragione. Non si può sacrificare tutto questo in nome della "strategia".

Magari poi Vendola perderà lo stesso, alle Regionali. Perlomeno, però, il centrosinistra perderà con onore. E, si spera, traendo la lezione che i Pugliesi gli hanno dato con la grande giornata di democrazia di ieri, contro ogni previsione, contro ogni scetticismo, contro ogni verticismo. Contro ogni "strateghismo" e presunzione di chi aveva tentato di sminuire Vendola e dichiarato di non aver mai perso un'elezione (che soddisfazione, lasciatemelo dire). E, lasciatemelo sottolineare, contro ogni tentativo di sminuire le potenzialità delle Primarie. Capito, Bersani?

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Ci sarebbero le Primarie
post pubblicato in Diario, il 28 dicembre 2009


                                                

Fino al 25 Ottobre, Pierluigi Bersani giurava e spergiurava che lui no, non avrebbe ridimensionato il ruolo delle Primarie ... al massimo avrebbe rivisto il meccanismo delle "Primarie interne", quelle per decidere i dirigenti di partito, ma le avrebbe comunque conservate per scegliere il Segretario Nazionale. Nulla da eccepire, invece, per le Primarie usate per scegliere i candidati alle elezioni: anzi, andavano "valorizzate": Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani, ne caldeggiava addirittura l'utilizzo per scegliere i candidati al Parlemento.

Ebbene, sono passati due mesi, eppure per i candidati alle Regioni il Partito Democratico è nel caos più totale, tra possibili candidati che si tirano indietro ed altri che vengono fatti fuori, in balia dei veti del (potenziale) alleato di turno ... e mancano solo tre mesi al voto. La domanda spontanea: perchè si è giunti a questo punto? Vista l'evidente incapacità di "dare la linea" e di imporla, non era meglio prendere tali decisioni tramite Primarie, lavorando fin da subito affinchè si svolgessero bene? Non sarebbe stato meglio un franco dibattito seguito da un vero voto popolare per decidere se andava archiviata l'era Vendola in Puglia per allearsi con l'Udc, se gli altri governatori uscenti, a cominciare da Loiero, meritassero di essere ricandidati o no? E non era meglio organizzare fin da subito le primarie in Veneto, Lazio e Campania, uniche Regioni in cui sembra (sembra! a poche settimane dal termine ultimo) si facciano le Primarie, anzichè ridurle ad una messinscena organizzata all'ultimo per consacrare il candidato prescelto a tavolino, ammesso che lo si trovi senza creare divisioni nocive per la campagna elettorale?

Certo, era meglio. Al di là di quanto possano dire gli "scettici delle primarie", era ovviamente meglio. Fare le Primarie, farle vere, farle subito, forse non avrebbo modificato le scelte di partito (ma proprio Vendola insegna che non sempre questo è vero), ma le avrebbe rese più forti, organizzate e anticipate. E non avrebbe certo "stressato" l'elettorato, perchè il vero elettorato del PD non si stanca mai di poter partecipare alle scelte del proprio partito, semmai si stressano i capibastoni e i finti elettori che portano a votare inquinando ogni volta le Primarie. Ma, questi dirigenti, anche le cose ovvie riescono a renderle complicate ... restano sempre migliori di quelli del PDL, dove le Primarie non sanno nemmeno cosa siano, ma nell'era berlusconiana non basta mica.

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L'anti-antiberlusconista
post pubblicato in Diario, il 12 dicembre 2009


                                               

Pierferdinando Casini ci tiene ad apparire, riuscendoci, l'opposizione "moderata", quella che contesta Silvio nel merito nelle cose e non con le solite tiritere personalistiche della sinistra. Lo fa dall'inizio della legislatura, contestando ogni volta che le vere opposizioni e la società civile si lamentano dell'ennesimo sopruso commesso dai berluscones, senza però davvero proporre quelle alternative che invece chiede ai presunti antiberlusconiani. Insomma, solo un mero "anti-antiberlusconismo" senza proposte per il Paese, ma tant'è.

Poi, però, si mette a fare quello che paventa il pericolo di dittature berlusconiane proponendo "fronti democratici", a braccetto con Di Pietro, in caso di elezioni anticipate. Dove non si arriva per una poltrona.

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Casta senza pudore
post pubblicato in Diario, il 10 dicembre 2009


                                                     

Sono stato facile profeta, purtroppo, quando, all'indomani della richiesta di arresto per Cosentino a causa dei suoi rapporti con la camorra, dicevo che il voto della Camera sull'autorizzazione a procedere sarebbe stato il vero banco di prova per le prese di distanze dal centrodestra dal suo massimo esponente campano e loro candidato alle elezioni regionali di Marzo.

Ebbene, la prova non è stata affatto superata. La Camera ha infatti negato l'autorizzazione con 360 favorevoli e 226 contrari. Il voto segreto non consente certezze, i deputati presenti di PD e IDV, unici partiti dichiaratamente contrari all'arresto, erano ben 216 e dunque i voti favorevoli all'arresto da parte di PDL o Lega sono riducibili al lumicino, se non al nulla. D'altronde, per le tre mozioni di sfiducia presentate da PD, IDV e UDC per far dimettere Cosentino da sottosegretario PDL e Lega hanno votato compatti in suo sostegno. E ormai non sembra più così scontato che Cosentino resti candidato per la Campania (magari con un "lodo" apposito per evitare che, una volta eletto, venga automaticamente arrestato perchè non più parlamentare). Meno male che, dopo la richiesta di arresto, la candidatura non era più "nel novero delle cose possibili" (Fini e finiani) e che era "inopportuna" (Berlusconi e berluscones).

Magari davvero non sarà candidato, ma se una richiesta di arresto per rapporti con la camorra è un motivo sufficiente per non candidarlo, perchè non lo è per autorizzarne l'arresto? E perchè non lo è per chiederne le dimissioni da sottosegretario all'Economia? E, ancora peggio: perchè, per alcune forze (Udc), è un motivo sufficiente per chiederne le dimissioni, ma non per autorizzarne l'arresto? La realtà è che, al di là delle chiacchiere, la stragrande maggioranza dei politici italiani è sempre pronta ad auto-proteggersi, anche al di là delle diverse opinioni politiche, anche in situazioni così clamorose come questa. Una casta, insomma, come le tante altre caste d'Italia che sarebbe l'ora di spazzare via.

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Referendum: perchè SI'
post pubblicato in Diario, il 15 giugno 2009


                                               

Il 21 e 22 Giugno gli Italiani saranno chiamati alle urne per tre Referendum sulla legge elettorale. Il mio obiettivo oggi è cercare, a fronte di un dibattito quasi del tutto assente nei media e nella società Italiana, di contribuire un’informazione completa, in virtù del principio “conoscere per deliberare”. Innanzitutto, i quesiti:

PRIMO QUESITO (Scheda viola): si chiede l’abolizione delle coalizioni per l’elezione della Camera. Di conseguenza, il 55% dei seggi (premio di maggioranza) andrà alla lista più votata (attualmente può anche averlo la coalizione di liste più votata), mentre per ottenere seggi le liste dovranno tutte superare il 4% dei voti (attualmente per le liste coalizzate basta il 2%);
SECONDO QUESITO (Scheda beige): identica richiesta, ma applicata al Senato, dove però il premio di maggioranza è su base regionale. Per ogni Regione, dunque, il 55% dei seggi assegnati a quella Regione andrà solo alla lista più votata, mentre per ottenere seggi le liste dovranno superare l’8% dei voti (attualmente per le liste coalizzate basta il 3%);
TERZO QUESITO (Scheda verde): si chiede l’abolizione della possibilità di candidarsi al Parlamento in più circoscrizioni.

Quest’ultimo quesito elimina la possibilità che importanti ‘acchiappa-voti’ si candidino e vengano eletti in più circoscrizioni per poter poi scegliere liberamente, dopo le elezioni, da chi farsi sostituire dove rinunciano. Così furono ‘eletti’ circa 150 parlamentari nel 2008. E’ dunque un quesito condivisibile da tutti, anche dai contrari agli altri due (N.B. si può votare il terzo quesito senza concorrere al ‘quorum’ degli altri, basta rifiutare le loro schede).

Diverse le conseguenze degli altri quesiti. Non è vero, però, come sostengono i detrattori del Referendum, che la legge che ne verrebbe fuori è ‘pericolosa’, poiché un solo partito potrebbe avere la maggioranza in Parlamento anche con molto meno del 50% dei voti. Questa possibilità, infatti, già esiste: il 55% dei seggi attualmente va alla lista o, e non solo, alla coalizione più votata. Non è nemmeno vero che il Referendum porterebbe al bipartitismo. Semmai sarà favorita l’aggregazione di forze simili e quindi la formazione di due grandi partiti che si contendono il Governo, come avviene in gran parte del mondo, mentre gli altri avranno comunque rappresentanza in Parlamento (se supereranno gli sbarramenti). Probabilmente, dunque, le forze a sinistra del PD e a destra del PDL continueranno a stare fuori dal Parlamento, poiché lo sbarramento del 4% che le ha escluse rimarrà uguale; l’UDC otterrà seggi come prima, se rimarrà sopra il 4%, così come la Lega Nord, che però non starà più al Governo, e l’IDV, che però sarà esclusa da futuri Governi, a meno di un probabile ingresso nel PD. L’unica vera sconfitta, insomma, sarebbe la Lega Nord, che dovrebbe rinunciare alle prospettive di Governo. Il Referendum favorirà, infine, la stabilità dei Governi, liberi dai frequenti ‘ricatti’ di partiti minori in cerca di visibilità.

In ogni caso, la legge cambiata dal Referendum e i suoi presunti ‘rischi’ molto difficilmente rimarrebbero in vigore: la Lega Nord non la accetterà mai e costringerà il PDL a cambiarla, oppure la cambierà con le opposizioni. Ed è proprio questo l’obiettivo del Referendum: costringere il Parlamento a cambiare l’attuale legge, definita ‘porcata’ dal suo stesso autore (il leghista Calderoli) e dunque rinominata "legge porcellum". Perché è una 'porcata'? Perché toglie il diritto dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti tramite le preferenze, creando un Parlamento di ‘nominati’; perché crea instabilità (ricordate Prodi, limitato dai ricatti incrociati vari partitini?) se non si vince con un enorme vantaggio (che ha invece avuto Berlusconi). Se invece il Referendum non passerà, i partiti avranno la scusa per non cambiare la legge attuale, che a parole tutti dicono di voler cambiare (e poi se la tengono da tre anni!), e ci terremo questa legge per i prossimi decenni. A proposito: non è vero che la legge che verrebbe fuori dal Referendum sarebbe “immodificabile”, perché sancita dal popolo. Già nel 1993, infatti, proprio un Referendum elettorale portò all’immediata approvazione di una nuova legge elettorale, la Mattarellum, non coincidente con quella uscita dal Referendum.

Infine, votare è la migliore risposta alla Lega Nord che, ricattando il Governo, ha fatto sprecare 460 milioni di euro pur di non far svolgere il Referendum insieme alle Europee, bensì il 21-22 Giugno da solo, puntando sull’astensionismo (il Referendum per essere valido deve raggiungere il ‘quorum’, ovvero essere votato dal 50% degli elettori).

E allora … il 21-22 Giugno non salviamo la Porcata, diciamo tre SI’ al Referendum!

P.S. Il Partito Democratico fa campagna per il SI’, l’Italia dei Valori, pur avendo raccolto le firme, fa campagna per il NO (dunque invita comunque ad andare a votare). Fanno campagna per l’astensione, invece, l’UDC, la Lega Nord e tutti i partiti minori. Il PDL, invece, dopo il ricatto della Lega, lascia libertà di scelta, ma Fini e Berlusconi hanno già detto di votare SI’.

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Preferiti
post pubblicato in Diario, il 10 giugno 2009


                        

Il voto alle Europee offre importanti spunti di riflessione, sui partiti e soprattutto sui loro elettorati, molto più dalle preferenze che dai voti di lista. 

Cominciando dal Popolo delle Libertà, qui vediamo sempre la solita storia: Berlusconi, e basta. Ottenendo oltre 2.700.000 preferenze ha dimostrato che, pur in calo rispetto alle precedenti tre elezioni europee cui ha sempre partecipato da capolista in tutte le circoscrizioni (in termini percentuali sul voto complessivo al PDL è al 25%, record negativo assoluto, mentre in termini assoluti migliora rispetto al 2004), ha dimostrato che il PDL non può fare a meno di lui, in quanto il PDL, come prima Forza Italia, è lui. Dietro di lui, infatti, c'è il vuoto: a parte l'altro ineleggibile La Russa, candidato ufficiale dell'ex-Alleanza Nazionale, i nomi dei 29 eletti a Strasburgo nelle file pidielline sono associati al massimo a 130-140 mila preferenze (quota medio-bassa per un partito del 35%), ma nella maggior parte dei casi a molto meno di 100mila preferenze. Anzi, con le rinunce obbligate di Berlusconi, La Russa ed altri ineleggibili, alcuni europarlamentari berlusconiani saranno eletti con poco più di 20mila preferenze. Assurdo, ma sono le conseguenze dell'efficace strategia (in realtà sempre la stessa) di Berlusconi & Co di aggirare il sistema delle preferenze (che volevano eliminare, per poi rinunciarci per ottenere dal PD almeno lo sbarramento del 4% che gli poteva consentire di aumentare il peso in seggi del PDL fino a farlo diventare primo in Europa, obiettivo poi fallito miseramente), tramite la candidatura di "acchiappa-voti" per poi ripescare gli invotabili. Ma soprattutto sono le conseguenze di un elettorato, quello berlusconiano, che, invece di votare un "partito", un progetto, la competenza e la serietà dei candidati, vota unicamente un "personaggio", quello di Berlusconi, che per assurdo voterebbero a priori, ovunque fosse candidato. Anche a sinistra, anche alle elezioni condominali. Basta che si chiami Berlusconi. 

Simili gli elettorati IDV e Lega. C'è ancora una forte personalizzazione nel partito di Di Pietro, che ha avuto il 16% delle preferenze, molto meno marcata invece nella Lega, dove Bossi ha preso solo il 10% delle preferenze. Se nell'IDV la personalizzazione del partito è più forte che nella Lega, c'è da dire però che l'elettorato IDV è più attento ai candidati della società civile, mentre quello leghista è più attento ai candidati "ultra-leghisti" (ovvero a quelli che spingono di più e con maggiore visibilità sulla xenofobia e sul nordismo): lo dimostrano da una parte l'exploit di De Magistris (giunto davanti a Di Pietro), ma anche di Sonia Alfano, dall'altra i buoni risultati di Salvini e Borghezio. 

L'elettorato UDC, invece, è difficile da giudicare. I candidati UDC, infatti, erano praticamente tutti identici: tutti politici politicanti, alla De Mita insomma, che hanno mobilitato i loro elettorati clientelari e correntizi. Dove però si sono presentati gli unici due candidati della "società civile" che hanno avuto una qualche visibilità, ovvero Magdi Allam ed Emanuele Filiberto, l'elettorato UDC li ha premiati. Fortunatamente portando in Europa il primo ... d'altronde, penso che quei 22mila che hanno votato il principino Savoia lo abbiano fatto più per scrivere qualcosa sulla scheda che non fosse un politico, che per altro.

Infine arriviamo al PD, la situazione più interessante. Se da un lato il correntismo, spesso accompagnato da clientelismo, è ancora molto forte, con la maggioranza degli eletti ascrivibili a correnti (e che sono stati sostenuti da correnti...), c'è una forte novità: come successo alle Europee 2004 con Santoro e la Gruber, molti candidati della società civile o comunque poco legati alla politica tradizionale hanno ottenuto forti exploit: la Serracchiani prima nel Nord Est con 145mila preferenze, Sassoli nel Centro con addirittura 400mila preferenze, Borsellino e Crocetta unici eletti PD nelle Isole con rispettivamente 230mila e 120mila preferenze. Se poi ci aggiungiamo anche le 200mila di Cofferati, anche se è già da 5 anni che fa politica ed è espressione indiretta di una corrente del PD, comprenderete come nell'elettorato PD c'è una forte richiesta di rinnovamento. Con un però: i candidati "nuovi" devono essere visibili. Il però si evince dal risultato di Rosaria Capacchione nella circoscrizione Sud, dove la giornalista antimafia ha raccolto "solo" 73mila preferenze: eppure sono certo che lei, unica delle (pochissime) persone della società civile presenti in lista al Sud a poter essere eletta, avrebbe tranquillamente potuto essere la prima eletta come Cofferati, Serracchiani, Sassoli e Borsellino nelle altre circoscrizioni. La differenza è che mentre questi candidati hanno potuto godere di una certa visibilità, precedente o acquisita nella campagna elettorale tramite interviste ed ospitate TV, la Capacchione non ha avuto la possibilità di "farsi vedere", se non di mattina ad Omnibus di La7. Se a ciò aggiungiamo il mancato apporto del Partito, che ha preferito sostenere i candidati di corrente, otteniamo che le 73mila preferenze della Capacchione sono perlopiù voti di opinione, frutto di elettori che si sono informati da soli o che hanno avuto la fortuna di venire a conoscenza della sua candidatura in uno degli incontri elettorali o dai manifesti fatti con una campagna elettorale realizzata praticamente senza soldi. E lo stesso ragionamento si può fare per altri candidati, come Scalfarotto al Nord-Ovest e Cioffredi al Centro. Ecco allora le indicazioni per il futuro del PD che si evincono dal voto Europeo: c'è una fortissima richiesta di rinnovamento, e questo potrà esplicarsi al Congresso di Ottobre con l'elezione di un out-sider, fuori da logiche correntizie. Ma dovrà essere un out-sider visibile. Dunque, è arrivata l'ora del Rinnovamento, quello concretamente realizzabile in maniera globale e non parziale come avvenuto invece finora, per il PD: un ticket Sassoli-Serracchiani avrebbe forti possibilità di vincere ... anche se preferirei la strada più difficile di un candidato veramente out-sider, sconosciuto, ma la cui vittoria sarebbe ancora più innovativa. In attesa di folli capaci di intraprendere questo mio sogno, però, mi accontenterei decisamente della prima opzione ...

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In fin dei conti
post pubblicato in Diario, il 9 giugno 2009


                                             

Dopo la scorpacciata elettorale, che a più di tre giorni dall'apertura dei seggi domina ancora a stragrande maggioranza nei notiziari italiani (giustamente), è il momento delle riflessioni sui risultati del voto. Provo ad elencare umilmente le mie: cominciamo dal voto europeo.

I dati ci consegnano un'Italia, in fin dei conti, non molto diversa dal voto di un anno fa (completamente sovrapponibile, visto che riguardano entrambi tutta l'Italia), almeno come equilibrio di schieramenti. Alla fine la distanza tra le coalizioni di due anni fa è sempre del 9%, e quello che hanno perso (un 1% ciascuno), assieme a quello perso dall'Autonomia (rispetto a Mpa e Destra), è un po' andato alle sinistre e un po' all'UDC. Senza grandi stravolgimenti dei rapporti di forza. Quelli che cambiano davvero sono i rapporti di forza nelle coalizioni. Il PD è al 26%, l'IDV all'8% e i Radicali al 2%; il PDL è al 35% e la Lega è al 10%. C'è quindi un indebolimento del bipartitismo, dovuto probabilmente ad un voto di protesta: molta gente che votò PDL nel 2008 è rimasta un po' delusa da Berlusconi ed affascinata dalle politiche della Lega (soprattutto il presunto successo nella lotta ai clandestini), mentre molta gente che votò PD è rimasta molto, ma molto delusa del PD e ha votato Di Pietro. Alcuni sono rimasti proprio delusi in generale dall'opposizione e dal governo nel loro complesso, e si sono astenuti, o hanno votato rispettivamente Sinistre e UDC.

Ma la tendenza all'astensionismo/voto-di-protesta era ampiamente previstaIl problema è che era previsto anche una migrazione di voti fra gli schieramenti. Ovvero che molti voti sarebbero passati dal centrosinistra al centrodestra, oppure che la spinta astensionistica sarebbe stata molto più forte nei primi. Il che avrebbe portato ad un PDL al 40%, e un centrosinistra nel complesso molto più debole di un anno fa. Non è successo, e questa è una cattivo risultato per Berlusconi, che su questo aveva puntato molto: tutti lo abbiamo sentito garantire il 40% e puntare al 45%, tutti l'abbiamo sentito zittire le opposizioni dicendo che il 70-75% degli Italiani gli dava fiducia. E invece proprio il PDL non solo non ha fatto il balzo, ma è addirittura arretrato. Non solo: il voto europeo ha addirittura fatto del PD la forza progressista più forte d'Europa (il che la dice lunga sullo stato di salute del progressismo in Europa ...), proprio mentre Berlusconi chiedeva un voto agli Italiani per il PDL perchè così sarebbe stato il partito più forte del PPE e avrebbe espresso il presidente del parlamento Europeo, e quindi il voto agli altri partiti era inutile (invece ora si ritrova scavalcato da tedeschi e polacchi).

Diversa la situazione del dato amministrativo: qui il centrodestra ha ottenuto un buon risultato, anche se non la "vittoria schiacciante" decantata dai media e dal centrodestra per mascherare il brutto risultato delle Europee. Bisogna sempre tener conto, infatti, che se il centrodestra oggi ha strappato molte province e Comuni al centrosinistra è perchè quest'ultimo nel 2004 ne strappò molte al centrodestra: erano altri tempi, Berlusconi era al governo da 3 anni e c'era un forte vento di antiberlusconismo che fece sì che anche tantissime amministrazioni roccaforti del centrodestra (persino in Lombardia e Veneto) andassero al centrosinistra, per un totale di 50 a 9 (quella sì, una vittoria schiacciante). Invece ora il centrodestra ha strappato solo qualche roccaforte della sinistra, come la provincia di Macerata e le province della Campania (ma queste ultime anche per le ben note vicende, ed in ogni caso lo stesso non è avvenuto per i Comuni campani). E in alcuni territori storici del centrodestra, che nel 2004 la sinistra strappò per miracolo, vanno addirittura al balottaggio, come la provincia di Milano. Ciò non toglie che il risultato sia buono per il centrodestra, ma bisogna dire le cose per bene. Inoltre, il dato amministrativo dà anche un'altro importante esito: dove è protagonista la Lega, si vince. I candidati del PDL difficilmente sfondano nell'elettorato di sinistra, a differenza dei candidati della Lega, che hanno tutti vinto al primo turno. Questo perchè la Lega è molto radicata nel territorio rispetto al PDL ed è più credibile del PDL sulle tematiche che sfondano anche nell'elettorato di sinistra, in primis la sicurezza.

Traiamo le somme, dunque. Innanzitutto il PDL, per riprendersi i voti della Lega, deve radicarsi maggiormente sul territorio e non puntare più solo sulla persona di Berlusconi; sul tema della sicurezza, invece, non c'è molto da fare, in quanto la Lega rimarrà sempre più credibile. Il PD, invece, deve dare vita ad un profondo rinnovamento delle sue classi dirigenti, incapaci di fare bene l'opposizione (e con questo non dico che la devono fare come Di Pietro, che è un opposizione solo anti-berlusconiana e non globale, insomma senza un'idea di Paese) ed essere ancora più credibile sulla questione morale, altrimenti Di Pietro continuerà a prendersi i suoi voti.

E, su questo, dirò qualcosa domani. Analizzando i dati delle preferenze alle Europee.

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Previsioni ...
post pubblicato in Diario, il 6 giugno 2009


              

Vediamo se c'azzecco .... spero di no =)

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Puoi decidere, ma anche no
post pubblicato in Diario, il 27 marzo 2009


                                                

E alla fine i sospetti si sono rivelati fondati. Il Governo Berlusconi sta portando avanti una "non-legge" sul testamento biologico, meglio detto "Dichiarazioni Anticipate di Trattamento". Già l'impossibilità di rinunciare ad alimentazione ed idratazione forzata l'aveva fatto capire, dato che è un po' assurdo dire che non siano trattamenti medici (l'operazione per inserire il sondino non lo è? I farmaci assunti insieme all'alimentazione non lo sono?), e, anche se lo fossero, non si capisce per quale ragionevole motivo non si possano rifiutare.

Ma nella giornata di ieri è stato raggiunto il colmo.  Infatti, il testo approvato ieri in Senato con l'appoggio di PdL, Lega e Udc e il voto contrario di Pd e Idv, rispetto al testo originale contiene una modifica: tre paroline in meno, che stravolgono però tutto il significato della legge. Il primo comma dell'art.4 recitava: "le Dat (...) non sono obbligatorie, ma sono vincolanti". Ovvero, i cittadini non sono obbligati a fare testamento biologico, ma per coloro che lo fanno, le loro volontà sono vincolanti. Ma un emendamento presentato dall'Udc e approvato dal Senato cancella le parole "ma sono vincolanti". Viene così stravolto il senso stesso della legge, che doveva permettere ai cittadini di "scegliere", e invece li limita a dichiarare "cosa sceglierebbero". Perchè tanto, al loro posto, sarà il medico o un fiduciario a decidere se le volontà del paziente vadano rispettate o no. Ma allora perchè registrare le proprie volontà? Ma, soprattutto, dov'è la coerenza di coloro che vedono con favore questa non-legge perchè "non si può aprire la strada all'eutanasia" (quando invece questa non è eutanasia, perchè non è il diritto al suicidio, ma alla rinuncia ai trattamenti), perchè le persone "non posso decidere della propria vita, solo Dio può farlo", e poi danno comunque ad una persona (una persona altra, nemmeno il paziente!) il diritto di scegliere della "propria vita"?

Fortunatamente in Italia esistono ancora le Istituzioni Repubblicane, e difficilmente questa legge passerà i vagli di costituzionalità. D'altronde, è abbastanza ovvio, visto che la Corte Costituzionale, in assenza di leggi, ha deciso sulla base dei principi della Costituzione che nel caso Englaro esiste il diritto a interrompere alimentazione e idratazione forzata, e che esiste il diritto di un paziente a vedere rispettate le proprie volontà in tema. Bene farà il Partito Democratico, dunque, se come annunciato ricorrerà alla Consulta, prima di avviare il Referendum che invece è la prima strada scelta da Radicali e Idv. Con questo Berlusconismo dilagante, ed una Chiesa che probabilmente non starà (giustamente, se nei limiti della laicità dello Stato ... anche se, e sono cattolico, non condivido la sua posizione) con le mani in mano, meglio evitare, se possibile, il rischio di veder bocciato il Referendum grazie alla spinta all'astensionismo (ci vuole il quorum del 50%) e che si affossi la libertà di sceltà con la scusa (falsa) del "lo vogliono gli Italiani". 

P.S. Un dettaglio che non c'entra niente con questo discorso, ma importante come l'ennesimo esempio della mala-informazione in Italia: nel Pd solo due senatori hanno votato contro il proprio gruppo, nel Pdl ben 5. Ovviamente però tutti (media ed elettori) a parlare di "spaccature" nel Pd, mentre il Pdl viene dipinto come una solida roccia, bla bla bla.

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Presenze alla Camera, come stravolgere la realtà
post pubblicato in Diario, il 19 novembre 2008


                                              

Ieri c'è stato un gran rumore per i dati sulle presenze dei deputati diffusi sul sito della Camera. In particolare, gli ambienti berlusconiani hanno fatto ironie sui dati che vedono Veltroni e Di Pietro come i leader più assenteisti e l'IDV partito più assenteista, mentre Berlusconi risulta uno dei primi. In effetti, a guardare i dati la sorpresa è confermata: Berlusconi ha il 98.91% di presenze, Veltroni il 17.67%, Di Pietro 26.18% e l'IDV, mediamente, 73.45%, ultima dopo Lega Nord, Pdl, Pd e Udc. Potete facilmente immaginarvi i titoli dei giornali di famiglia, come "il moralista Di Pietro campione d'assenteismo" (Il Giornale), oltre che l'esultanza dei parlamentari PDL.

Ebbene, innanzitutto bisogna fare alcune considerazioni. A parte il problema dei "pianisti", che rende presenti anche gli assenti, fenomeno che però non possiamo quantificare (anche se la stragrande maggioranza dei "pizzicati" è del centrodestra), bisogna considerare i dati della Camera considerano come presenze anche le "missioni", ovvero i permessi che i membri della maggioranza (solo loro) si prendono per svolgere altrove le proprie mansioni istituzionali (o almeno questo dovrebbero fare). E' per questo che Berlusconi appare presentissimo, anche se ha effettivamente votato solo 1 volta su 1562 votazioni. Ed è anche per questo se i gruppi di maggioranza appaiono più presenti. Mentre per i leader d'opposizione gli impegni di partito, particolarmente gravanti per i leader, non sono contati come "missioni": e dunque appaiono tra i più assenti. Anche se un plauso va fatto a Casini, che ha il 75% di presenze: infatti non gira molto in Italia.

Allora facciamo un paragone omogeneo fra le due opposizioni, quella al governo Prodi e quella di Berlusconi:
- Premier: al netto delle missioni, Berlusconi da premier è stato assente a 17 votazioni su 18 (94.44%), Prodi a 194 su 285 (68.07%);
Leader Opposizione: Berlusconi da leader dell'opposizione è stato assente a 4623 votazioni su 4693 (98.5%), Veltroni a 1286 su 1562 (82.33%); Fini all'opposizione è stato assente per il 48.4%, D'Alema ora è al 40.4%.
- Gruppi parlamentari: rispetto al Governo Prodi, le presenze del PD aumentano dal 74.5% (Ulivo) all'83.6%, mentre, così come quelle IDV aumentano dal 70.1% al 73.45%: questo nonostante democratici e dipietristi non possano più usufruire delle missioni. Inoltre nel Governo Prodi Forza Italia e Alleanza Nazionale avevano rispettivamente 75.1% e 66.3% di presenze, mentre ora PD e IDV hanno rispettivamente 83.6% e 73.45%.
- Primi/ultimi deputati: nella legislatura precedente, nei primi 20 deputati più presenti 18 erano dell'Ulivo, 2 di Forza Italia; in questa legislatura, 11 del PDL, 4 Lega, 5 PD. Nella legislatura precedente, negli ultimi 20 senatori più assenti 11 erano del centrodestra, 6 centrosinistra (più 2 UDC e 1 ind.estero); in questa legislatura, 12 PDL, 1 Lega, 1 Idv, 5 PD, 1 ind.estero.

Questi sono i fatti. Il resto sono solo manipolazioni della realtà, come d'altronde sono abituati giornali come "Il Giornale". Peccato però che altri giornali "indipendenti" non abbiano fatto i dovuti confronti ...

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