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il blog di Francesco Zanfardino
Beneficenza privilegiata
post pubblicato in Diario, il 22 agosto 2011


La manovra finanziaria di quest'anno si sta dimostrando, per la prima volta da tanto tempo, una grande occasione di fervido confronto e dibattito in tutto il Paese, non solo nelle sue classe dirigenti: in Parlamento, al bar, sui social-network, persino sotto l'ombrellone, ognuno prova a dire la sua su "dove trovare i soldi".

Capita così che cada uno dei grandi tabù della politica italiana, ovvero i privilegi della Chiesa. Per la prima volta le rivendicazioni del mondo "laico" non restano confinate nei forum dedicati, nei siti dedicati o in qualche dibattito o iniziativa dei Radicali ma sconfinano, seppur non a sufficienza, nel grande dibattito nazionale, costingendo la classe dirigente nazionale a rispondere a tali rivendicazioni, seppur con una levata di scudi pressochè universale e comunque trasversale, a parte poche lodevoli eccezioni. D'altronde l'Italia non è ancora matura per poter affrontare tali questioni, essendo tali argomenti conosciuti e affrontati quasi esclusivamente da due esigue minoranze estremiste, tra i difensori "in blocco" della Chiesa cattolica e coloro che vorrebbero farla fuori "in blocco", senza distinzioni, un po' come certi movimenti antipolitici. Il resto degli Italiani, la stragrande maggioranza, continua a disinteressarsi di certi argomenti, lasciandosi andare ad un pressapochismo conformista che, inevitabilmente, finisce con l'appoggiare la conservazione dello status quo; manca insomma quella presa di coscienza "di massa" che consentirebbe di affrontare finalmente certe questioni e soprattutto costringerebbe la politica ad affrontarle, e stavolta non solo per una fugace svegliata estiva.

Dubito dunque che in Parlamento verrà approvata qualcuna delle proposte avanzate da Radicali e movimentisti. Certo resta la rabbia per la mancanza di coraggio da parte di chi dovrebbe tirar fuori l'Italia dal pantano e che si appresta invece a farlo con la solita lentezza pachidermica e moderatismo sfrenato, se è vero che il Pd (insieme ovviamente al Terzo polo) si schiera apertamente contro ma soprattutto Sel e Idv, che pure dovrebbero rappresentare la parte più "radicale" delle opposizioni, tacciono senza nemmeno il coraggio di prendere una posizione, che sia in un senso o nell'altro.

Eppure si tratta di cose di buon senso. Non si capisce perchè la Chiesa dovrebbe godere di particolari privilegi fiscali, tutto qui. Specialmente quando, nel frattempo, si tagliano agevolazioni fiscali a famiglie e imprese. Soprattutto quando, in tempi di crisi, quei 1-2 miliardi annui che deriverebbero da Ici, Ires e 8xMille farebbero comodo per alleggerire il carico della manovra finanziaria sulle fasce più deboli. E' vero, la Chiesa fa tante opere di carità e di sostegno agli afflitti, ai poveri, ai diseredati, e di queste agevolazioni fiscali ne beneficiano proprio tanti di questi enti cattolici caritatevoli: questo è indubitabile. Anche se magari ci aspetteremmo ancora di più in termini di carità dalla Chiesa cattolica, ma queste sono discussioni che non competono a chi deve governare un Paese, al massimo competono ai fedeli della Chiesa.

A chi governa un Paese in maniera democratica interessa solo che non ci siano privilegi e discriminazioni tra i soggetti privati, nemmeno tra chi fa beneficenza: ma allora, anche ammesso che tutte queste agevolazioni vengano sfruttate a fini caritatevoli (e non anche per speculazioni commerciali e immobiliari, come diverse inchieste hanno dimostrato e i vari scandali sorti intorno a "Propaganda Fide" hanno confermato), perchè la Chiesa dovrebbe essere fiscalmente favorita nel fare beneficenza? Nulla vieta alle organizzazioni cattoliche di partecipare agli stessi contributi e agevolazioni che ricevono tutte le altre organizzazioni senza scopo di lucro, mentre a queste ultime è negato di avere le stesse agevolazioni che ha la Chiesa: perchè questa differenza? Qualcuno è in grado di spiegarmelo?

Credo di no. Allora è più che di buon senso chiedere che cadano tutte le agevolazioni fiscali (Ici, Ires, ecc.) concesse in modo esclusivo alla Chiesa (o la loro estensione a tutte le onlus e le associazioni caritatevoli!), così come chiedere l'abolizione dell'8xmille alle confessioni religiose (tra l'altro molte delle quali, tra cui l'Islam, sono escluse; per non parlare dello scandalo dell'8xmille non espresso che finisce in gran parte in mano alla Chiesa, e gli altri piccoli scandali sull'8xmille che meriterebbero un post a parte), dato che tra l'altro esiste già un 5xmille, che magari potrebbe essere ampliato e cui possono già accedere in maniera paritaria tutte le onlus e le attività socialmente rilevanti, tra le quali potrebbero quindi rientrarvi anche le opere caritatevoli della Chiesa e delle altre istituzioni religiose.

Mi sembrano cose logiche, ripeto. Ma non mi stupisco certo che divengano demagogiche e populistiche in Italia, un Paese dove si accetta persino come cosa "ovvia e naturale" che dei crocifissi, ovvero dei simboli religiosi (dunque faziosi, alla stessa stregua di simboli politici), vengano esposti per legge negli istituti pubblici di uno Stato che, sulla carta, dovrebbe essere democratico e dunque laico. Magari difesi dagli stessi che poi nelle proprie azioni politiche, nonchè nelle proprie vite private, fanno carta straccia dei Vangeli e di qualsiasi messaggio cristiano.

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Questione di principio
post pubblicato in Diario, il 23 gennaio 2010


                                                

Perdere il lavoro per una giusta battaglia. Questa la sorte toccata a Luigi Tosti, giudice certamente coraggioso che ha rischiato tutto pur di affermare il principio costituzionale della laicità dello Stato, rifiutandosi di lavorare finchè non fossero stati rimossi i crocifissi da tutti i tribunali Italiani.

Già, perchè una legge fascista (letteralmente, visto che è del 1926) prescrive l'esposizione del crocifisso "sopra il banco dei giudici", "secondo la nostra antica tradizione", come "solenne ammonimento di verità e giustizia". E da tanto la legge è rimasta lì, intoccata e intoccabile, a causa di una Chiesa invadente e di una politica debole, che quando non è totalmente prostata si rifugia dietro un "tanto un crocefisso non ha mai fatto male a nessuno". Certo. Il crocefisso non è certo una svastica. Ma siamo sicuri che non stiamo facendo del male al crocefisso? Siamo sicuri che Gesù vorrebbe che la sua figura sia usata da uno Stato per discriminare le altre religioni? Se ricordo bene la faccenda dei mercanti del Tempio, credo di no.

Ma, al di là di questo, uno Stato che si dice laico non può allo stesso tempo identificarsi in un simbolo religioso. Punto e basta. Poco importa che il simbolo in questione sia innocuo, che anzi rappresenti valori condivisi, e che sia ben voluto dalla maggioranza dei suoi concittadini: rimane uno strappo fortissimo al principio dell'uguaglianza dei cittadini. E chiunque crede in questo principio, cristiano o non cristiano, dovrebbe condividerlo.

Ringrazio allora il giudice Tosti, eroe civile un po' come Englaro. Sì, perchè entrambi hanno cercato di condurre le loro battaglie pubblicamente, invece di ricorrere alle soluzioni più facili, ovvero rispettivamente staccare la spina clandestinamente (accade regolarmente in Italia) o rimuovere da solo il crocefisso. Tanto pochi se ne sarebbero accorti. Già, perchè tanti in Italia sembrano non poter fare a meno del crocefisso, ma poi se ne scordano fin troppo facilmente. Soprattutto i valori che rappresenta.

P.S. In onestà, comunque, il CSM non poteva fare altro. Non ha espresso un giudizio di merito, ma ha solo potuto e dovuto punire il rifiuto di tenere le udienze.

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Aule, non camerette
post pubblicato in Diario, il 4 novembre 2009


                                                   

Ritorna, per l'ennesima volta, il conflitto fra laici e credenti. Dicotomia impropria, dato che laicità e fede non sono affatto in conflitto, ed il vero cristiano è anche laico, ma così ormai vengono derubricate faccende che in realtà andrebbero interpretate piuttosto come conflitti fra laici e fondamentalisti. E' infatti bastato che una sentenza della Corte Europea imponesse all'Italia di togliere il crocefisso dai luoghi pubblici per scatenare un putiferio. Grida di giubilo dagli anti-clericali, soddisfazione da parte del mondo laico, contrapposti ai fastidi di molti credenti e non, fino ad arrivare ai veri e propri improperi da parte di uomini di Chiesa e politici "teocon" (come la vergognose parole di La Russa che ho avuto la sfortuna di ascoltare in diretta su RaiUno). Chiariamolo subito: io sto dalla parte della Corte. Con quella sentenza è stata finalmente fatto rispettare il principio di uguaglianza che è alla base della nostra Costituzione e di qualunque società che si dica civile.

Qualcuno dirà: "e che paroloni, per un crocefisso appeso in un'aula"! E, in effetti, quelle del tipo "è un falso problema", "che male farà mai un crocefisso", "con tutti i problemi che ci sono ci occupiamo dei crocefissi" sono tra le argomentazioni più usate dai difensori del "crocefisso pubblico" e anche persino da parte di chi tradisce le promesse di laicità, di decisionismo e di forte identità da dare al proprio partito pur di non infastidirsi i poteri forti (incominciamo male, caro Bersani). Indubbiamente ci sono "ben altri problemi", indubbiamente esistono tante altre questioni più decisive per il futuro del Paese (e la sua laicità). Ma questa filosofia del "benaltrismo", del c'è ben altro da fare, è stata la scusa più usata dalla classe dirigente per non cambiar nulla in questo Paese. Sarà anche una piccola cosa, ma se è giusta va fatta: questo dovrebbero dire tutti, ed ancor di più i leader progressisti.

Entrando poi nel merito della questione, qualcuno per il quale provo una profonda ammirazione si domanda: "in fondo, cosa ci guadagna l'Italia da questa sentenza"? Ebbene, ci guadagna in laicità e in credibilità della sua terzietà. Infatti, quando una persona, cattolica o non, entra in un luogo pubblico dove c'è un crocefisso, e mai simboli di altre religioni, riceve, volente o nolente, il messaggio che in Italia una religione è privilegiata rispetto alle altre, nonostante l'art.3 della Costituzione dica ben altro. Cosa che è poi la drammatica realtà, visto che il Concordato, incoerentemente inserito nella stessa Costituzione, garantisce alla Chiesa Cattolica tutta una serie di privilegi, tra i quali, restando nell'ambito scolastico, l'insegnamento della religione cattolica e non della "storia delle religioni", come fortunatamente alcuni illuminati professori di religione fanno, nonostante siano nominati dalla Curia (altra anomalia). Perchè non dimentichiamoci che il crocefisso è un simbolo "fazioso", ovvero espressione di una parte, di una sola delle credenze religiose che animano il nostro Paese, e come tale non può essere esposto da un istituto pubblico, tra l'altro in maniera esclusiva. Qualcuno addirittura osa dire che il crocefisso non è un simbolo prettamente religioso: evidentemente finge di ignorare che la croce è il simbolo per eccellenza della cristianità, quello con il quale si sono identificati e si identificano tutti i militanti della cristianità (per scopi positivi e negativi, ma questa è un'altra storia). Qualcun altro sostiene, giustamente, che il crocefisso sia espressione di valori che vanno al di là delle credenze personali e che rappresentano la Costituzione: ma allora anche una sciarpa della Juve o il simbolo del PD rappresentano valori simili (sportivi e politici questi, religiosi quelli) che però nessuno si sognerebbe di mettere affissi in un aula pubblica (e se lo facessero, soprattutto nel secondo caso, ci sarebbe uno scandalo a reti unificate) perchè, giustamente, non si tratta della propria cameretta.

Un altro argomento usato dai difensori del crocefisso è quello della tradizione e della sua difesa. Sostengono che non dobbiamo dimenticarci delle nostre "radici cristiane", che queste sono le nostre tradizioni e nessuno ce le deve togliere, che di passo in passo gli stranieri imporranno le loro credenze, eccetera. Ebbene, non c'è tradizione che tenga se la tradizione vuole cose sbagliate ed incostituzionali. E' tradizione pure che i gay non abbiano diritti, è tradizione pure che il testamento biologico non esista, è tradizione pure che i poveri siano sempre sfruttati, è tradizione pure la raccomandazione, è tradizione pure che i politici facciano spesso i propri interessi alle nostre spalle ... insomma, se tutto è tradizione, allora la società non andrebbe mai avanti. Ed è il trionfo del conservatorismo (e questo lo dico ai tanti amici cattolici e progressisti che però difendono queste tesi).

Altra argomento è quello della non-reciprocità. Si sostiene che è assurdo fare questo in Italia quando "al loro Paese" non abbiamo nemmeno il diritto di costruire una Chiesa. Bè, innanzittutto non si tratta solo di rispettare gli stranieri, ma anche milioni di italiani di altre religioni o atei. Poi, è un po' un'esagerazione: non sono tanti i Paesi dove questo effettivamente accade, almeno nella quantità e nella modalità in cui si pensa. E dove ciò accade si tratta sempre di Paesi teocratici o dove c'è una religione di Stato: e noi non vogliamo certo essere così, no? E poi, comunque, se altrove fanno cose sbagliate (penso anche alle varie forme di discriminazione), non è una valida giustificazione per farle anche da noi.

E poi, infine, l'argomento più stupido e al tempo stesso più insopportabile: non dobbiamo farci comandare in casa nostra dall'Europa. L'ipocrisia massima di tanti politici e non che si dicono europeisti quando gli conviene e poi delegittimano persino la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, non contestando le sue sentenze ma addirittura la loro stessa legittimità ad intervenire. Ipocrisia che, d'altronde, si vede in tante politici che si fanno paladini della cristianità e poi magari in privato sono divorziati, vanno a prostitute/trans, e in pubblico promuovono provvedimenti che disumani è dir poco. Insomma, una massa di "eurofurb" e "teofurb" di cui l'Italia non ha alcun bisogno.

Viva la Corte Europea, viva lo Stato laico. E lo dice un credente ...

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Monarchia o Repubblica?
post pubblicato in Diario, il 2 giugno 2009


                                                  

Festeggiare il 2 Giugno vuol dire ricordare quel giorno di 63 anni fa in cui gli Italiani e, per la prima volta, le Italiane, scelsero di liberarsi della Monarchia e di incamminarsi verso la Repubblica. Festeggiare il 2 Giugno vuol dunque dire riconoscersi nei valori della democrazia e della Costituzione, fondamenti di una Repubblica degna di questo nome.

Eppure, 63 anni dopo, non solo buona parte degli Italiani non sa cosa si festeggia questo giorno, non solo la maggioranza degli Italiani non sa perchè si festeggia questo giorno, ma stiamo assistendo all'impoverimento delle fondamenta stesse di questa giornata, ovvero la volontà di festeggiare. D'altronde, non potrebbe essere altrimenti, in un paese dove l'uguaglianza fra gli uomini è minacciata dalla xenofobia, l'uguaglianza di fronte alla legge è minacciata da norme personalistiche, la libertà religosa è minacciata dall'intolleranza, la parità di genere è minacciata dal disprezzo normativo e sociale verso le donne, il diritto al lavoro è minacciato dal precariato infinito, la laicità dello Stato è minacciata da un ipocrita conservatorismo, la libertà di pensiero è minacciata dall'intolleranza politica e da un mecenatismo perverso, la credibilità delle istituzioni è minacciata dalla corruzione dilagante, il senso dello Stato è minacciato da partiti politici indifferenti alle feste celebrative della Repubblica e della democrazia.  Eccetera eccetera eccetera.

Ma soprattutto la Repubblica è minacciata da una società che non si ribella a tutto questo. Anzi, si è ormai assuefatta ad uno status quo inacettabile per chi si sente davvero "democratico" e vede con sofferenza un Paese che si fa trascinare lentamente nei baratri più profondi. Per carità, non è solo colpa loro: alla società italiana mancano i mezzi per poter liberamente pensare sulla condizione propria e del proprio Paese, grazie ad una vera e libera informazione inesistente o quasi.

Insomma, l'Italia sta diventando sempre di più un Paese pronto per la dittatura. Che il futuro dittatore sia o no uno dei personaggi attualmente in vista è solo un dettaglio: quel che conta è che siamo al termine di un processo involutivo che ci sta facendo tornare indietro di sessant'anni. Tra un po', insomma, saremo chiamati a scegliere nuovamente tra Monarchia e Repubblica: fin quando siamo in tempo, usiamo l'unica arma rimasta. Il voto. "Pensiamoci bene" ...

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Fini, Il Giornale e la destra
post pubblicato in Diario, il 20 febbraio 2009


                                                     

Oggi "Il Giornale" è uscito con un provocatorio quanto interessante articolo su Fini. Provocatorio, perchè proponeva l'ex-leader di Alleanza Nazionale come nuovo leader del Partito Democratico. Interessante, perchè fa ben capire quale sia la concezione "politica" stia alla base della redazione del Giornale, se di idee politiche si può parlare (e non di squallido servilismo). Scopiazzo un po' l'articolo del Corriere.it che racconta questo articolo de "Il Giornale":

MILANO - Il prossimo segretario del Pd? Per Il Giornale il più papabile è Gianfranco Fini. Questa la provocazione lanciata dal quotidiano diretto da Mario Giordano. In un articolo pubblicato venerdì e richiamato in prima pagina, Stenio Solinas cita una serie di prese di posizione per cui a buon diritto presidente della Camera il «laico, sociale e antifascista Fini» potrebbe essere il «mister X ideale» per i democratici. «Si sa che Fini è stato fascista nella stessa logica con cui è divenuto antifascista. È un professionista della politica, ovvero un contenitore vuoto disponibile a riempirsi del liquido ritenuto in quel momento più potabile. (...) A lungo Fini si è immaginato come delfino» di Berlusconi, si legge, ma «è una strada chiusa: a sinistra invece c’è il caos e la strada è aperta». Chi dunque, si chiede il quotidiano, «la può rimettere in carreggiata, ridargli quell’anima sociale e solidale?». La risposta è Fini, secondo il corsivo de Il Giornale, che ricorda come il Presidente della Camera abbia proposto «il diritto di voto agli immigrati», «difeso la laicità dello Stato», criticato in modo «severo il cesarismo» e «abbia già fatto sapere che Sanremo non gli piace». Sul tema immigrazione, citato dall'articolo, il presidente della Camera tra l'altro è tornato anche venerdì definendo «odiosa associazione mentale tra criminalità e immigrazione». Neanche lo scoglio del fascismo per Il Giornale rappresenterebbe un problema: «Il Duce - scrive Stenio Solinas - all’inizio era socialista, che c’è di male a sperimentare il percorso inverso?». Per poi concludere così: «La candidatura di Fini alla guida del Pd è perfetta. Si può fare, insomma, "Yes, we can"».

Ora, diamo anche per veramente sentite le varie dichiarazioni di Fini in "conflitto" con Berlusconi e non frutto di un abile gioco delle parti fra lui e Berlusconi (scusate il sospettismo, ma non so come fidarmi di due persone che nel 2007, dopo la cosiddetta "svolta del predellino", si scambiavano frasi del tipo "Basta Fini e Casini, la Cdl era un ectoplasma" e "Il PDL? Un'iniziativa plebisciaria e confusa. Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi", e due mesi dopo erano pappa e ciccia varando proprio la nascita del PDL per le elezioni del post-Prodi ...) tanto non è questo il punto. Il punto è la relazione che "Il Giornale" ritiene evidente fra il tipo di dichiarazioni fatto da Fini e l'essere di sinistra. Ma qualcuno vuol spiegare al "Giornale" che una cosa è la destra e una cosa è Berlusconi? Che la laicità dello Stato, la democrazia interna ai partiti, che le politiche di integrazione per gli immigrati regolari , il rifiuto dell'equazione immigrato=criminale, non sono valori di sinistra, ma patrimonio di qualsiasi cultura politica moderna e non estremista e/o populista come la "politica" di Berlusconi? E che esprimere un giudizio negativo su una trasmissione popolare non vuol dire essere di sinistra (a sinistra mica sono tutti snob! e poi ce ne sono anche a destra ... anzi lo "snobbismo" dovrebbe essere più diffuso a destra ...)?

D'altronde, cosa potevamo pretendere da un Giornale che fu di Indro Montanelli, grande giornalista e pensatore di destra, ma evidentemente di pensiero non consono alla famiglia Berlusconi che lo rilevò e cacciò Montanelli per trasformarlo nel Giornale di propaganda delle "imprese" del grande Silvio? In quel giornale le idee non contano, nemmeno quelle di destra ... bisogna solo servire il Re. E screditare tutte le voci che non si uniformano al coro belante.

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Che vergogna
post pubblicato in Diario, il 1 dicembre 2008


                                               

Certe volte mi vergogno di essere cattolico. Anzi, quando succedono queste cose, mi ritengo semplicemente un cristiano credente. Non posso infatti accettare che a rappresentarmi come cattolico ci sia una minoranza  che spesso si dimostra così ottusa, così antiquata, così chiusa all'apertura delle mentalità e così chiusa al rispetto della laicità e dei diritti fondamentali.

Perchè solo così si può definire chi, alla guida del Vaticano, ostacoli la depenalizzazione universale dell'omosessualità. In ben 91 paesi del mondo, infatti, essere gay è considerato un reato, per il quale sono previste sanzioni, carcere e in molti casi torture e pena di morte. Così la Francia ha proposto all'Onu la depenalizzazione universale. E la Chiesa Cattolica, invece di porre fine a queste barbarie, si dichiara contraria alla depenalizzazione, adducendo tra l'altro motivazioni assurde: secondo il Vaticano, infatti, tale depenalizzazione porterebbe ad una "messa alla gogna" dei paesi che non accettano le unioni gay. Ora, a parte che anche la chiusura alle unioni civili è sbagliata, ma comunque cosa diavolo c'entra? Come dire: introduciamo il reato di essere donna, altrimenti potrebbe emanciparsi troppo e travalicare l'uomo. Come è possibile dichiararsi contrario alla depenalizzazione, e quindi favorevole alla condanna a morte, alla tortura, all'imprigionamento di una persona solo perchè è gay?

No. Io non mi riconosco in questa mentalità. E se questo vuol dire andare all'inferno (e non lo è), lieto di andarci.

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Crocefisso fuori da aule, in fondo è normale
post pubblicato in Diario, il 24 novembre 2008


                                                      

Spesso, andare contro il senso comune sulle tematiche etico-religiose, soprattutto in Italia, viene inteso sempre e comunque come anti-clericalismo. Invece non è così, perchè molti credenti, me per primo, sono contari sì all'anti-clericalismo, ma anche al "clericalismo", ovvero alla convinzione che tutto ciò che dice la Chiesa deve essere "Vangelo" (mò ci vuole) per i credenti. E quindi molte persone, anche se credenti, hanno opinione diverse dalla Chiesa sui temi sensibili: e certo non posso essere accusati, almeno loro, di "anti-clericalismo".

Ne sono esempi il caso Eluana e similari, l'aborto, i diritti civili dei gay. Ma anche questioni più "banali" come l'essere favorevoli o no ai crocefissi nelle scuole. Io trovo, infatti, un po' eccessive e inadeguate le critiche della Chiesa sulla sentenza che ieri ha aperto la strada in Spagna alla rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche. D'altronde mi sembra una cosa ovvia: la scuola è un edificio pubblico, e come tale deve rispettare la Costituzione, che dice che l'Italia è un paese laico e che tutela le minoranze. Dunque, se uno studente è di fede diversa da quella maggioritaria, ovvero non è cristiano, e quindi l'esposizione di simboli religiosi diversi da quelli da lui professati gli dà fastidio, il che è anche comprensibile, perchè deve essere costretto a "subirne" la presenza? E perchè, a questo punto, non può esporre anche i suoi? Solo perchè è minoranza? Che ci vuole a fare in modo che il crocefisso si può mettere in aula, ma solo se nessuno degli studenti è contrario, e se quest'ultimo non accetta il "compromesso" di accostare al crocefisso il proprio simbolo religioso?

E' una questione di rispetto. E non si può additare la solita storia stupida, ovvero quella del "e perchè da loro (gli arabi, ad esempio) fanno lo stesso?" E che diavolo significa? Proprio perchè riteniamo di essere in società più civili delle loro, dovremmo essere noi a dare il buon esempio ... come dire che in Italia si possono sfruttare come bestie i lavoratori perchè in Cina lo fanno e non possiamo permetteterci questo svantaggio ...

P.S. Vabbè, l'esempio non calza molto perchè purtroppo a volte accade anche in Italia ... però il concetto è quello.

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Dispari Opportunità
post pubblicato in Diario, il 26 maggio 2008


                                

"Il patrocinio al Gay Pride? Non sono orientata a darlo: non servono, i Gay Pride"
. Con questa perlomeno discutibile affermazione il neo Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, ha annunciato una settimana fa la sua intenzione di non patrocinare la manifestazione nazionale dell'orgoglio omossessuale che si terrà a Bologna il 28 Giugno.

Ecco le motivazioni della decisione: "Gli organizzatori del Gay Pride hanno obiettivi che non condivido. Sono pronta ad occuparmi di contrasto alle forme di discriminazione e violenza. Sono pronta a dare patrocini a seminari e convegni che si occupano di questi problemi. E, invece, penso che l'unico obiettivo dei GayPride sia quello di arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, magari equiparate ai matrimoni. E su questo certo non posso essere d'accordo". "Io credo che l'omosessualità non sia più un problema. Sono sepolti i tempi in cui i gay venivano ritenuti malati di mente. Oggi l'integrazione nella società esiste. Sono pronta a ricredermi: ma qualcuno me lo deve dimostrare. I miei amici omosessuali non mi dipingono una realtà così tetra per gli omosessuali nel nostro Paese". "Ci sono molti problemi di Pari Opportunità: disabili, anziani, bambini".

Questa dichiarazione si dovrebbe commentare da sè. Comunque, giusto per essere chiari:

- primo: siamo in uno Stato democratico. Il patrocinio non va dato solo a chi diffonde opinioni da noi condivise, ma anche a coloro che non sono d'accordo con noi: si chiama democrazia (o meglio Pari Opportunità). E, tra l'altro, affermare che il riconoscimento delle coppie conviventi, di qualsiasi "segno", non sia una questione di pari opportunità, è alquanto discutibile.

- secondo: l'omosessualità è ancora un problema, eccome. Lo dimostrano i recentissimi casi di cronaca: il padre che oggi a Palermo ha accoltellato il figlio gay perchè lo riempiva di "vergogna e disonore" o il conduttore del portale DeeGay.it aggredito  ieri perchè "doveva smettere di occuparsi dei diritti degli omosessuali". 

- terzo: sì, è vero, ci sono anche altri problemi di pari opportunità. E anche più gravi, se vogliamo fare una scala di priorità dal punto di vista quantitativo. Ma non è una ragione sufficiente per evitare proprio di occuparsi del problema.

Quindi, caro Ministro, cambii idea sul patrocinio. Si, è vero, i GayPride a volte degenerano in carnevalate, ma sicuramente non è vero che non pongono problemi seri. D'altronde, spesso i cortei, di qualsiasi tipo, degenerano in qualche modo: perlomeno non si vedono atti violenti nei GayPride. Quindi, invece di non patrocinare la manifestazione, si potrebbe richiedere un po' più di controllo delle "esibizioni", no?

P.S. Comunque, a parte questa vicenda, devo dire che la Carfagna incarna bene il ruolo di Ministro delle Pari Opportunità: se persone che nel proprio curriculum possono vantare solo "attività di modella, valletta, conduttrice televisiva e partecipazione a servizi fotografici", e con una preparazione nella propria materia di competenza basata sulle dichiarazioni degli amici, possono diventare non dico deputate, ma Ministri della Repubblica, vuol dire che in questo Paese davvero a tutti viene data un'Opportunità.

Perchè non votare Unione di Centro
post pubblicato in Diario, il 9 aprile 2008


                          

Proseguo la mia analisi sui motivi che, secondo me, dovrebbero spingere o no a votare determinati partiti politici. Oggi è il turno dell'Unione di Centro, che candida a premier Pierferdinando Casini.

Rispetto alla Sinistra Arcobaleno, mi è un po più difficile trovare argomenti. Forse perchè in questa campagna elettorale l'UDC non si è granchè distinta, se non per gli attacchi al "Veltrusconi" e al vittimismo sugli spazi TV (cosa comune a tutti i partiti cosiddetti "minori"). Comunque, è possibile cogliere alcuni aspetti fondanti, e il principale è l'attaccamento ai valori cristiani, più volte richiamato da Casini. Tuttavia, questo attaccamento finisce per riportare le lancette del tempo indietro di qualche secolo. Chiarisco: i valori cristiani sono sempre attuali. Il problema è quando questi valori diventano gli unici valori possibili, discrimando gli altri: insomma, un attacco alla laicità dello Stato. Da condannare non è solo il "laicismo anticlericale" di determinati partiti, ma anche, appunto, il "clericalismo". Un partito che su temi come il riconoscimento delle coppie conviventi, il testamento biologico, la ricerca scientifica, l'aborto, non è disponibile (di fatto) al dialogo, ritenendo le proprie idee incontestabili, è un partito poco adatto a governare un Paese dove il dialogo fra le varie parti è indispensabile. Basta con clericalismi e anticlericalismi: in generale, ma soprattutto sulle questioni etiche, rimanere arroccati nelle proprie ideologie è da Medioevo.

Poi una piccola questione "tecnica" e in realtà da applicare anche agli altri partiti. Ma ancora di più all'UDC: ovvero la questione del clientelismo. Proprio in un momento in cui da più parti si sta facendo qualcosa per allontanarsi da questo cancro della politica e della società, mi sarei aspettato più serietà da un partito che fa della serietà la sua bandiera. Penso al Senato, dove praticamente le uniche due regioni dove l'UDC ha buone possibilità di superare il quorum sono Sicilia e Campania: e questo grazie a Cuffaro e De Mita. Il primo, recentemente condannato in primo grado a 5 anni per favoreggiamento semplice alla mafia, e gestore di una potente rete clientelare in grado di raggiungere da solo il quorum; il secondo, altrettanto simbolo del clientelismo che domina in Campania (un pò in tutte le forze politiche, come in Sicilia), da 11 legislature in Parlamento, e che ha aderito all'UDC a 1-2 mesi dal voto. Insomma, avrei preferito che si fossero prese le distanze da simili esponenti. Sia chiaro: il clientelismo è dappertutto. Ma, nel momento in cui il PD ha deciso di rinunciare a De Mita, forse forse era meglio lasciarlo a piedi.

P.S. Ripeto la solita avvertenza: questo non è un blog di propaganda: non vedrete mai qui slogan politici, banner politici, link politici ecc.ecc. Cerco solo di analizzare quelli che, secondo il mio modestissimo parere, sono gli aspetti fondanti che rendono i vari partiti adatti o no a guidare il Paese.
Qualche riflessione sulla questione Papa-università
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2008


                    (Ansa)

Oggi si è tenuto il cosidetto "Papa-day", ovvero la giornata di solidarietà a Papa Benedetto XVI dopo i noti fatti dell'Università "La Sapienza". Il cardinal Ruini ha infatti chiamato a raccolta i fedeli, tra i quali erano presenti numerosi esponenti politici, tra i quali Andreotti, la Binetti, Casini, Cossiga, Mastella e Rutelli. Una folla di 200mila persone, secondo alcune stime.

Il Papa ha ringraziato "universitari, professori e quanti sono venuti così numerosi in piazza San Pietro per partecipare alla preghiera dell'Angelus e per esprimermi solidarietà". "Come sapete, avevo accolto molto volentieri il cortese invito che mi era stato rivolto a intervenire giovedì scorso all'inaugurazione dell'anno accademico della Sapienza. Purtroppo, com'è noto, il clima che si era creato ha reso inopportuna la mia presenza alla cerimonia. Ho soprasseduto mio malgrado, ma ho voluto comunque inviare il testo da me preparato per l'occasione". "Come professore - ha poi continuato Ratzinger - vi incoraggio tutti, cari universitari, ad essere sempre rispettosi delle opinioni altrui".

Ora, chiariamo innanzitutto una cosa. Nonostante quanto vogliano far sembrare i media e lo stesso Papa con quel "suo malgrado",  il Papa non è stato "costretto" ad annullare la sua visita, ma è stata una sua libera scelta. I personaggi di una certa rilevanza sono spesso accolti da critiche e contestazioni. Anche Bush viene sempre accolto da durissime contestazioni, ma lui non ha mai annullato le sue visite.
Inoltre, contrariamente da come molti hanno dichiarato, non è vero che "il Papa in Italia non ha nemmeno il diritto di parlare". Anzi, l'Italia è l'unico paese al mondo in cui il Vaticano ha così tanto spazio. Tutti i giorni i nostri media non mancano di parlarne (sicuramente non il 30% dei telegiornali come dichiarato da Pannella, ma comunque molto spazio): indubbiamente sono argomenti che ci interessano, ma non si deve dire che il Vaticano non ha il diritto di parlare.

Passando nel merito delle contestazioni, è scandaloso il comportamento di quella parte di studenti e professori della "Sapienza" che, nel nome della laicità, volevano impedire al Papa di venire all'Università "a priori", in qualsiasi contesto. Essere laici, infatti, come ricordato dallo stesso Papa oggi, vuol dire "rispettare sempre le opinioni altrui" (anche se, a questo punto, il Papa dovrebbe essere coerente e non chiedere ai parlamentari di ostacolare le leggi che vogliono garantire, ad esempio, i diritti dei gay e dei malati terminali, ma questo è un altro discorso). Il comportamento di queste persone, invece, è stato puro anti-clericalismo.

Allo stesso tempo, però, sono comprensibili le istanze di quell'altra parte di professori (la maggioranza dei "67" della lettera) e di studenti (la minoranza dei contestatori), che semplicemente non contestavano al Rettore in generale di aver inviato il Papa, ma di averlo invitato a fare la "Lectio Magistralis" di apertura dell'anno accademico di un'università (ed invece proponevano di invitarlo in un altro momento). Ma, soprattutto, è condivisibile la loro richiesta di un dibattito aperto, e non di un semplice monologo. Perchè l'Università è innanzitutto il luogo del dialogo. Infatti, molti hanno dichiarato, in tono accusatorio, che persino il presidente iraniano Ahmadinejad ha potuto parlare alla Columbia University: già, ma anche lui è stato contestato e soprattutto lì si è stato un dibattito, non una Lectio Magistralis.

Comunque, di tutta questa vicenda contesto soprattutto una cosa: ovvero la rappresentazione di uno scontro fra "laici" e "cattolici". Semmai ci può essere uno scontro fra cattolici oltranzisti e laici, e fra laici e laicisti. Ma l'essere laico e l'essere cattolico non sono in contraddizione: si può essere laici e cattolici allo stesso tempo. Anzi, il vero cattolico è anche laico. D'altronde, le due frasi che forse meglio caratterizzano il mondo laico e quello cristiano, ovvero "Non sono d'accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee" (Voltaire) e "Ama il tuo prossimo come te stesso (Gesù), non sono poi così distanti.
Gay e lesbiche peggio di terroristi e dittatori ... (???)
post pubblicato in Diario, il 3 gennaio 2008


                       

Negli ultimi giorni stanno tornando "di gran moda" i temi etici. Grazie all'ennesima ingerenza del Cardinale Ruini (capo della CEI) nella vita laica (?) e democratica italiana, con la sua richiesta al Parlamento di una revisione della legge 194 sull'aborto, e a pensarci bene anche in quella spagnola, visto il cosidetto "Family Day" spagnolo, messo in piedi dai vescovi spagnoli e appoggiato da Papa Ratzinger con un suo messaggio "di vicinanza".

Tra l'altro, Papa Ratzinger ha dichiarato negli ultimi giorni che "la negazione o anche la restrizione dei diritti della famiglia minaccia gli stessi fondamenti della pace" poichè "la famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è culla della vita e dell'amore e la prima e insostituibile educatrice alla pace". Frasi evidentemente riferite a chi nel mondo combatte per i diritti delle coppie omosessuali. Frasi altrettanto evidentemente sbagliate o comunque imprecise.

Innanzittutto, non si capisce per quale motivo il riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali possa negare o anche restringere in minima parte i diritti della famiglia "tradizionale".

In secondo luogo, non è corretto dire che la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna è culla della vita, dell'amore e della pace. O meglio, la famiglia "tradizionale" dovrebbe esssere la culla della vita, dell'amore e della pace. Ma non è sempre così: o tutti coloro che delinquono, che sfruttano gli altri, che uccidono, che minacciano la pace sono nati orfani? Ovviamente, qualcuno potrebbe dire che queste persone non hanno avuto una famiglia capace di infondergli quei valori indispensabili per una vita civile. E allora giungiamo al nocciolo della questione: non è il legame uomo-donna in sè per sè a determinare quelle condizioni indispensabili per una vita civile, ma i valori che questo legame deve saper dare, nella coppia e agli eventuali figli. Valori, come il rispetto e l'amore per il prossimo, che possono esistere anche nelle coppie omosessuali, così come in qualsiasi tipo di legame interpersonale, come l'amicizia. O solo la famiglia tradizionale ne ha il copyright? Una coppia gay "minaccia la pace mondiale" solo perchè è una coppia gay? O forse anche la maggioranza delle coppie gay, come la maggioranza (e non la totalità) delle coppie "normali", è capace di possedere e diffondere questi valori?
Buon Natale da Papa Ratzinger
post pubblicato in Diario, il 25 dicembre 2007


                                 

Oggi, Santo Natale, non si può non discutere del mesaggio "urbi et orbi" di Benedetto XVI.
E' stato un discorso, come sempre, contrassegnato da quei messaggi che l'umanità, purtroppo, non riesce mai a realizzare. E non si poteva non iniziare dalla pace, che purtroppo è assente in molte zone del mondo (Ratzinger ne ha elencate molte, come "le martoriate terre del Darfur"). Con una bella strigliata "ai responsabili di governo a cercare soluzioni giuste, umane, durature".

Il discorso del Papa ha riguardato anche l'ambiente ("Salviamo la Terra"), i valori della famiglia, l'amore, la speranza.  "La nascita di Cristo rechi a tutti serenità e gioia, e risvegli in ciascuno il desiderio di testimoniare i valori della vita, della famiglia, dell'amore, e della pace, evocati dal grande mistero dell'incarnazione e della nascita di Gesù". Un patrimonio di valori che, secondo il Papa, l'Italia non deve dimenticare.

Ed, infine, la giustizia sociale. "Il Natale porti consolazione per coloro che vedono negata la loro legittima aspirazione ad una più sicura sussistenza, alla salute, all'istruzione, a un'occupazione stabile, a una partecipazione più piena alle responsabilità civili e politiche, al di fuori di ogni oppressione e al riparo da condizioni che offendono la dignità umana".

Belle parole. Davvero. Anche se dette da chi spesso, mentre afferma questi valori (giustissimi), contemporaneamente scatena campagne di civiltà contro chi ha una visione diversa (condivisibile o no) di valori come la vita e la famiglia, creando "oppressioni" e "negazioni di legittime aspirazioni".

Colgo l'occasione per rinnovarvi gli auguri di un sereno Natale, da passare con chi si vuole bene.
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