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il blog di Francesco Zanfardino
Il Porcellum secondo Grillo
post pubblicato in Diario, il 7 agosto 2013




Ogni giorno si parla di crisi di Governo, o la si minaccia, ma la realtà è queste grandi intese sono destinate a durare a lungo, visto che gran parte delle classi dirigenti di questo Paese ci sguazzano alla grande, e verrebbero presumibilmente spazzate via o notevolmente ridimensionate da un nuovo ricorso alle urne. Di sicuro, a meno di clamorosi risvolti della vicenda berlusconiana, non sarà possibile alcuna crisi di governo finché non ci sarà una nuova legge elettorale.

Per diversi motivi. Innanzitutto, Napolitano non scioglierà le Camere finché non arriverà il pronunciamento della Corte Costituzionale proprio sulla costituzionalità del Porcellum (altrimenti farebbe eleggere un nuovo Parlamento con una legge che nel frattempo sarebbe molto probabilmente dichiarata anticostituzionale), e quindi non prima di Dicembre. Ma soprattutto il Porcelllum è la principale "scusante" usata da chi tifa per la durata del governo Letta: affossare le larghe intese significherebbe tornare al voto (dato che il Movimento Cinque Stelle si tira fuori dai giochi a prescindere), e quindi tornare al voto con questa immonda legge elettorale, quindi viva il governo Letta. Si potrebbe facilmente obiettare che con il Porcellum si sono svolte già tre elezioni e che, se in 8 anni non si è trovato il momento di abolirlo, forse tanto schifo non fa ai promotori delle larghe intese. Si potrebbe facilmente obiettare, inoltre, che se il Porcellum facesse tanto schifo ai lettiani, di destra e di sinistra, allora la nuova legge elettorale sarebbe la priorità del governo, o quantomeno lo sarebbe rispetto ad altre riforme istituzionali quali quelle costituzionali o della giustizia. Ma, come dire, criticare è fin troppo facile, sarebbe meglio mettere all'angolo questi signori eliminando ogni scusante.

Come? Restituendo centralità e dignità al Parlamento mettendo insieme, in quel consesso, una maggioranza alternativa alle larghe intese per approvare la riforma elettorale. Maggioranza alternativa che, gioco forza, richiede il sostegno del Movimento Cinque Stelle. Mi si risponderà che loro (o meglio, Grillo e quindi tutti loro) rifiutano ogni alleanza e qualsiasi fiducia a governi che non siano monocolori a 5 Stelle; certo, questo sarebbe un limite per la formazione di un nuovo Governo. Ma un Governo già c'è (quello Letta, appunto), e quindi non c'è bisogno di alcun voto di fiducia. E il 5 Stelle ha sempre dichiarato che, sulle singole cose, avrebbe votato anche favorevolmente se era d'accordo. Ebbene, perchè non sulla legge elettorale? 

Certo, per essere d'accordo con qualcuno, bisognerebbe avere un opinione. Il Partito Democratico, pur nella sua babele di opinioni, in fondo una posizione di sintesi l'ha già assunta (quella del "modello francese", ovvero una legge elettorale con collegi uninominali e doppio turno, per garantire al tempo stesso rappresentatività e governabilità, pur essendo disponibile al confronto); sappiamo che i centristi prediligono il modello tedesco (proporzionale con sbarramento per i partiti troppo piccoli). Ondivago, fin troppo, il PDL (che comunque tende a voler tutelare la tendenza bipolare). Ma, scandalosamente, è addirittura non pervenuta l'opinione del Movimento Cinque Stelle in merito. Nel programma elettorale non ce n'è traccia, ed è piuttosto grave per un partito che abbia in testa di risolvere i problemi del Paese (e la legge elettorale ne è uno dei più importanti, come universalmente riconosciuto e anche dal Movimento Cinque Stelle).

Sarebbe ora che tutto quel mondo socio-politico-giornalistico ostile alle larghe intese, oltre a massacrare quotidianamente il PD, facesse un po' di pressione anche su Grillo e sui grillini per tirar fuori la loro proposta sulla legge elettorale. Qualunque essa sia. Magari, il giorno dopo eliminare questa immonda legge sarebbe fin troppo facile ...

Una democrazia debole
post pubblicato in Diario, il 30 luglio 2011


Strano, per quella che è ritenuta la madre delle moderne democrazie occidentali; strano, per la nazione che è ancora ritenuta l'unica superpotenza mondiale. Però penso proprio che quella degli Stati Uniti sia una democrazia debole.

La prima volta che l'ho pensato è stato nel 2006: elezioni di mid-term, Bush perde la maggioranza alla Camera e al Senato. Poi di nuovo nel 2010, sempre elezioni di mid-term, Obama perde la maggioranza alla Camera. Insomma, dopo due anni di mandato il Presidente in carica perde la maggioranza, persino quando si chiama Obama e ha stravinto le elezioni due anni prima, e quindi è costretto alla ricerca dell'eterno compromesso con l'opposizione. Quando quest'ultima è disponibile, chiaramente: e non ritengo certo un crimine che l'opposizione si opponga (per l'appunto) ad un Presidente in cui non si riconosce e a delle politiche che con condivide.

La perversità di questo meccanismo la vediamo in questi giorni dove, di fronte ad una crisi mondiale e all'umiliante possibilità che l'unica "superpotenza" mondiale vada incontro ad un vergognoso fallimento economico, Democratici e Repubblicani non si mettono d'accordo, avendo giustamente due diverse ricette per uscirne: la tassazione su ricchi e speculatori per i Democratici, il taglio delle spese sociali per i Repubblicani. Alla fine, credo, si giungerà ad un compromesso, sbilanciato verso i Repubblicani, e gli Stati Uniti si salveranno dalla catastrofe. Ma è giusto che sia così? O meglio, è opportuno per un paese "forte" come gli USA avere un sistema elettorale che non garantisce una maggioranza al suo Presidente, esponendo il paese intero all'ingovernabilità?

Da questo punto di vista non abbiamo nulla da invidiare agli Americani: da noi, non appena il Governo perde la maggioranza in una delle Camere, si va ad elezioni. Perchè è lapalissiano che un Governo senza maggioranza non ha la capacità di governare il paese secondo il mandato degli elettori. E dunque è altrettanto lapalissiano che una democrazia forte è quella in cui vige un sistema elettorale che garantistica o comunque tenda a garantire una maggioranza a chi vince le elezioni, in modo tale da consentirgli, nei limiti del possibile e della salvaguardia della democrazia, di portare avanti sino in fondo il suo programma elettorale.

Certo, a meno che non si immagini una democrazia improntata all'eterna ricerca del compromesso, che poi si traduce sostanzialmente nell'eterna salvaguardia dell'esistente, con limitatissimi spazi di manovra verso il futuro (o il passato). E' quello che vogliono tutti i "neocentristi", che aborrono il "bipolarismo" che è la naturale conseguenza dei ragionamenti di cui sopra. Volontà legittima, sia chiaro: ma non vengano certo a spacciarcela come un sistema politico "forte" e capace di innovazione.

P.S. Spero proprio che vicende come quella americana facciano riflettere i più su come argomenti come quelli della legge elettorale magari non siano il massimo della passionalità ma sono certamente cruciali per il destino delle nostre democrazie. Anche, anzi soprattutto la nostra.

Hasta la victoria, siempre?
post pubblicato in Diario, il 24 agosto 2010


                                                

Con la sua "lettera agli Italiani", pubblicata sul Corriere, Walter Veltroni torna a far parlare di sè. Un po' tutti, compreso qui sul web. Tuttavia, la gran parte si sono limitati a commentare la figura dell'ex segretario del PD, le sue luci e le sue ombre, tra entusiasmo, delusione e rancore.

Avrei preferito, invece, dei commenti di merito alla "lettera". Perchè Veltroni, se tralasciamo i preamboli se vogliamo un po' "retorici" sulle condizioni degli Italiani, ha essenzialmente affrontato un nodo nevralgico della discussione interna al centrosinistra, ovvero il "come" superare il berlusconismo: discussione tornata decisamente in voga nelle ultime settimane, proprio quando la fine di Berlusconi è sembrata davvero vicina. Ed ecco che Veltroni, pur sperando "che si concluda rapidamente l'era Berlusconi", spera "che finisca questo tempo non per tornare a quello passato". Il riferimento è alle logiche da Prima Repubblica, dove i governi si facevano e disfacevano in continuazione a seconda degli interessi di pochi e certo non degli Italiani. Ed ecco che Walter, come sempre, torna a rifiutare l'idea delle "alleanze col diavolo, pur di vincere": ovvero alleanze non basate su una reale convergenza programmatica e politica, "le uniche credibili". Al massimo, Veltroni ammette la possibilità di fare convergenze in Parlamento, di breve periodo, per superare l'emergenza finanziaria ed approvare una nuova legge elettorale che conduca ad "un nuovo e moderno bipolarismo", magari con collegi uninominali e primarie per legge.

Riflessioni che, personalmente, condivido. Di fronte alla crisi del berlusconismo, infatti, ho assistito con amarezza all'imporsi all'interno del PD, nei suoi vertici e purtroppo anche fra la base, di un pensiero negativo: l'inseguire "gli altri", sia che si tratti di Casini, di Fini o di Montezemolo, o comunque pensieri e idee non proprio di centrosinistra, pronti a stringere accordi con tutto e con tutti pur di vedere il nostro nemico cadere. Invece credo che dovremmo smetterla di inseguire gli altri e cominciare a dire la nostra. Vogliamo tornare alle urne, ma prima vorremmo cambiare la legge elettorale? Bè, allora invece di lasciare il campo ai "terzopolisti", che d'altronde per definizione hanno interessi opposti ai nostri, facciamo la nostra proposta di legge elettorale, di stampo bipolarista e che ripristini la facoltà per gli elettori di scegliersi i propri rappresentanti, e presentiamola al Paese. Non riusciamo ad approvarla, perchè Casini e company non la voteranno? Pazienza, vorrà dire che saranno loro ad essere accusati di aver salvato il "Porcellum": e, comunque, meglio che vendere l'anima al "diavolo". E così su tutto. Dobbiamo tornare a dettare noi l'agenda, senza aver paura. Starà a Casini, e tutti gli altri possibili partners, scegliere se è il caso o meno di condividere o meno un percorso, sulla base del sentiero programmatico che deve tracciare il PD, per poi definirlo per bene insieme a chi intenderà condividerlo. E' la famosa "vocazione maggioritaria".

Se facessimo così perderemmo? Forse. Forse perderemmo anche se ci alleassimo a prescindere con Casini e magari Fini, magari cedendo pure ad altri la leadership, pur di vincere. Ma, se anche non fosse così, se allearsi con il "terzo polo" volesse significare vittoria certa, siamo sicuri che la priorità è vincere, e non piuttosto governare bene il Paese? L'attuale presenza di Berlusconi e del berlusconsimo al potere non è forse figlia anche di una vittoria, quella di Prodi, basata su un'alleanza fatta per "vincere" ma che ci ha impedito di governare bene, anche se ovviamente meglio di Berlusconi, ma distruggendo in maniera quasi irrimediabilmente tutta la nostra credibilità? E, dimentichi di quella lezione, vorremmo addirittura proporre un'alleanza ancora più disomogenea, che potrebbe aprire quindi la strada ad una successiva vittoria di un berlusconismo ancora peggiore?

Sarò impopolare, ma io preferisco perdere, ma gettando  sul serio le basi per una nuova Italia, anzichè vincere, ma facendola sprofondare di fatto in un declino ancora peggiore. E poi non sarei affatto così sicuro che puntare tutto sul programma, anzichè sui numeri, sia una scelta perdente; in fondo, è quello che ci ha insegnato recentissimamente la terra pugliese: le "strategie di palazzo" non servono a nulla, se non si ha una "storia" da raccontare.

Bene ha fatto dunque Walter a ricordarlo. Certo che, però, bisognerebbe anche cominciare a delinearla  per bene questa "storia", Walter compreso. E non parlare sempre e solo di nomi e alleanze.

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Selbstmord
post pubblicato in Diario, il 28 settembre 2009


                                             

Il risultato delle elezioni tedesche si apre a molteplici considerazioni, utili anche per un giudizio sullo scenario italiano.

Innanzitutto il tracollo della Spd e il successo della Merkel dimostrano l'assurdità della scelta della Grosse Koalition fatta dai socialisti tedeschi quattro anni fa. E' facile parlare col senno di poi, dirà qualcuno, ma era chiaro come il sole che accettare di governare assieme agli avversari storici, ma soprattutto farlo per un'intera legislatura e cedendo la leadership al loro leader, avrebbe poi comportato la debacle del voto di ieri. La motivazione della "senso di responsabilità" nei confronti del Paese è lodevole, ma pessima dal punto di vista elettorale: una volta fatta quella scelta, infatti, la Spd non poteva che sostenere lealmente e senza polemiche la cancelleria Merkel, ottenendone sì in cambio adeguati spazi politici e una politica di governo moderatamente di centrosinistra, ma regalandone tutti i meriti inevitabilmente alla Merkel. Si dirà: ma nel 2005 o si faceva quella scelta, o la Germania non avrebbe avuto un Governo (oddio, erano possibili delle coalizioni alternative, ma disomogenee, esigue e quindi molto instabili). Ok, ma la Spd avrebbe dovuto scegliere un'altra strada: un governo istituzionale, guidato da una figura il più possibile esterna ai due partiti (che così non si prendono meriti e demeriti dell'azione di governo), con la missione di portare avanti la Germania giusto il tempo di cambiare la legge elettorale in senso maggioritario. Invece la Spd ha scelto un'altra strada, che per qualcuno è il fallimento della "Terza Via", ovvero quella stagione europea inaugurata negli anni Novanta da Tony Blair e che consiste nella ricerca di un modello alternativo di sinistra, slegata dagli estremismi ed aperta ad altri elettorati oltre a quelli tradizionali. Io non sono d'accordo, poichè una cosa è la sacrosanta ricerca della "Terza Via" (anzi, spero che la Spd evolva nella direzione tracciata in Italia dal PD - inteso però come progetto politico, non come l'incarnazione attuale che non è proprio il massimo), un'altra è l'inciucismo politico, per quanto "responsabile", con i propri avversari.

Tornando alla legge elettorale, proprio su questo c'è una considerazione da fare: il fatto che le coalizioni di governo vengano determinate dopo il voto è una conseguenza inevitabile della legge elettorale tedesca, che è proporzionale (senza però averne nemmeno i vantaggi, ovvero la maggiore rappresentatività del voto degli elettori, perchè con quello sbarramento del 5% la distorce lo stesso, e non di poco). Va assolutamente cambiata, e spero che la nuova Spd, viste le disastrose conseguenze subite sulla propria pelle, ne faccia una propria battaglia politica.

E qui arriviamo all'Italia, e all'insegnamento che il centrosinistra italiano dovrebbe trarre dal voto tedesco. Non è certo un mistero che la mozione Bersani, dai più ritenuta la vincitrice delle Primarie del PD, sostenga il modello tedesco, sia sulla legge elettorale che sulle coalizioni allargate, anche a partiti conservatori come l'Udc (anche se oggi si cerca di farla passare come forza "riformista", Casini è stato alleato di Berlusconi per più di un decennio, fa politiche per lo più conservatrici ed è dichiarato conservatore ed ha sostenuto McCain anche quando si faceva la corsa, anche a destra, per sostenere Obama). D'altronde, i ripetuti flirt tra D'Alema, Letta e Casini non sono certo casuali. Così come non è casuale che l'UDC faccia battaglia per una legge elettorale alla "tedesca": con quel modello elettorale in vigore, infatti, nè il centrodestra nè il centrosinistra avrebbero i numeri per governare, e l'UDC coronerebbe il suo sogno di essere l'ago della bilancia, o peggio ancora di guidare un governo istituzionale. Ora la domanda è: di fronte al voto tedesco, certi dirigenti del centrosinistra impareranno la lezione o continueranno a perseguire logice suicide come quelle della Spd tedesca? Ai posteri (ed ai votanti delle Primarie) l'ardua sentenza.

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Europorcellum
post pubblicato in Diario, il 29 ottobre 2008


                                                 

Niente da fare. La maggioranza tira dritto, e sembra che "l'europorcellum" si farà. Ovvero probabilmente alle prossime elezioni europee voteremo con una nuova legge elettorale, che cancellerà le preferenze e imporrà una soglia minima del 5% per accedere all'Europarlamento, oltre alla revisione il numero delle circoscrizioni.

Nemmeno l'appello di Napolitano ha spinto la maggioranza a rivedere le proprie intenzioni, aprendo al dialogo e all'ascolto delle proposte delle opposizioni. In fondo le proposte delle opposizioni, capitanate dal PD, sono anche ragionevoli: mantenimento della preferenza, soglia di sbarramento al 3%, riduzione delle dimensioni delle circoscrizioni, obbligo di primarie, no a candidature plurime ed ineleggibilita' per i componenti del governo, per i presidenti delle regioni, delle province e per i sindaci delle grandi citta'. Niet. Il Governo tira dritto.

A questo punto viene da chiedersi perchè. il Governo giustifica le sue scelte in questo modo: mettiamo lo sbarramento alto per evitare il frazionamento e aboliamo le preferenze per consentire l'elezione a professionisti capaci e impegnate che però avrebbero difficoltà a farsi eleggere. Entrambe le considerazioni del Governo sono sbagliate: il problema del frazionamento si pone quando si elegge il Parlamento, perchè c'è un problema di governabilità. Ma all'Europarlamento questo problema non sussiste, in quanto non si va ad eleggere un Governo, ma una camera rappresentativa: e dunque non ci sono ragioni per negare la rappresentanza a forze politiche che rappresentano il 3-4% degli Italiani. O vogliamo essere rappresentati, nella migliore delle ipotesi, solo da 5 partiti (Pdl, Pd, Lega, Idv, Udc)? Per quanto riguarda le preferenze, poi, già abbiamo sperimentato per due volte le "liste bloccate" (alle elezioni politiche), e non mi sembra che siano stati eletti fior fior di "professionisti", soprattutto dalle parti del Pdl tra l'altro, ma casomai molti portaborse, parenti e pregiudicati. Dunque, è sempre più forte che questa legge sia voluta fortemente da Berlusconi perchè così può aumentare il numero delle poltrone per i suoi (escludendo altre forze politiche dalla "spartizione" degli europarlamentari), ed inoltre può anche gestirle come vuole (piazzandoci chi vuole con le liste bloccate). Evitando magari anche la concorrenza dei candidati di AN, che correranno nelle liste del PdL, e che potrebbero dare fastidio ai suoi (poichè con le liste bloccate può spartire a priori le poltrone, e ormai AN ha perso il suo potere di ricatto).

E allora sto "europorcellum" non s'ha da fare. Non si può limitare così fortemente il diritto di rappresentanza e il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Ma nemmeno dire "no" a priori a qualsiasi cambiamento. Dunque, ecco le mie proposte:
- confermare le preferenze, scendendo a due preferenze di genere, ovvero una preferenza per un candidato uomo ed un altro per una candidata donna;
- 20% degli eletti scelti attraverso un "listino", ovvero il 20% degli eletti di un partito scelto attraverso le liste bloccate, in modo da garantire la possibilità ai partiti di inserire quei "professionisti" di cui prima (lascia che poi non lo faranno, però almeno di principio ci deve essere qualcosa);
- sbarramento al 3%, oppure niente sbarramento, intervendo però sui rimborsi elettorali, stabilendo criteri meno "allegri" per la loro assegnazione in modo da scoraggiare la corsa di partitini fondati apposta per acchiappare i finanziamenti;
- stop alle candidature in più circoscrizioni, evitando così che molti eletti siano determinati dalle rinunce di altri eletti che si sono candidati in più circoscrizioni;
- aumento del numero delle circoscrizioni, evitando così il problema di regioni che non riescono ad eleggere europarlamentari (come la Sardegna);
- ineleggibilità per condannati in via definitiva e condannati in primo grado per reati gravi (anche se si deve fare un discorso più preciso).

E poi, importantissimo, approvare insieme le nuove norme. Le regole del gioco vanno scritte insieme: lo ripetono tutti da tempo, ma sembra che nessuno voglia davvero.

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Povero Casini, e povera Italia
post pubblicato in Diario, il 4 febbraio 2008


                              

In questi momenti il Presidente del Senato Marini è da Napolitano, probabilemente per rinunciare all'incarico. E' poco credibile, infatti, che Marini, dopo il "niet" di Berlusconi ad un governo di responsabilità nazionale, vada a cercare la fiducia delle Camere, magari trovando l'appoggio di questo o quel senatore. E, a questo punto, Napolitano sarà costretto a sciogliere le Camere e ad indicare la data delle elezioni: tenuto conto del fatto che devono passare 70 giorni dal decreto di scioglimento delle Camere, e del fatto che Napolitano farà almeno votare il rifinanziamento delle missioni militari, si dovrebbe andare ad elezioni Domenica 20 Aprile, o comunque intorno a questa data.

Intanto, cominciano già a delinearsi le alleanze, seppure con molte incognite. La grande incognita è il PD: che farà? Da quel che si sente dai media, si dovrebbe pensare che il PD andrà da solo. In realtà, approfondendo per bene le dichiarazioni, in realtà c'è una "piccola" sfumatura: ovvero, il PD presenterà un proprio programma, ma se qualcuno vorra condividerlo nella sua interezza, sarà bene accetto. Addirittura oggi il Vannino Chiti si è spinto oltre: "Per noi sarà decisivo il voto sul rifinanziamento delle missioni militari. Chi voterà contro, potrà già ritenersi fuori". Insomma, sembra proprio che si vada ad una spaccatura tra Sinistra Arcobaleno (RIfondazione, Comunisti Italiani, Verdi, Sinistra Democratica) e l'area-PD (PD, Socialisti, Radicali, Italia dei Valori - Di Pietro), che probabilmente si presentaranno in due liste unite, ma separate fra di loro. A meno di una molto poco credibile trasformazione della Sinistra da sinistra di piazza a una vera sinistra riformista.

E se a sinistra sparisce la frammentazione ma emerge la spaccatura, a destra scompaiono le spaccature, ma emerge la frammentazione. Infatti, la "Casa delle Libertà", dopo il "terremoto" dello scorso Novembre (fallimento della "spallata" sulla Finanziaria e creazione del PPL, con reciproci scambi di accuse e di "ectoplasmi" fra Casini, Fini e Berlusconi, con annesse dichiarazioni di "fine corsa" per la stessa CdL), si ricostruisce a tempi di record, con più "stanze" per tutti (è gia pronto il condono .... ). Infatti, nella futura coalizione in appoggio al penta-candidato premier Silvio Berlusconi si preparano numerose liste. Oltre alle ovvie, ovvero Forza Italia, UDC, Lega Nord ed Alleanza Nazionale, ci saranno: La Destra di Storace (che probabilmente raccoglierà tutte le forze di estrema destra, come la Mussolini, Romagnoli, Thilger), l'Udeur di Mastella, i Liberal-democratici di Dini, la DC di Rotondi, i Repubblicani, il Mov.per l'Autonomia, i Pensionati di Fattuzzo (più altri come i Liberali, il Nuovo PSI). Ovviamente, tutti questi partiti, tranne la Destra, si dovranno sistemare nelle liste dei partiti maggiori, o faranno una lista comune, o entrambe le cose. A meno che Berlusconi non segua il consiglio di Fini (sarebbe la prima volta) di rinunciare all'alleanza con i "cespugli", e di mandare finalmente a quel paese gente come Dini e Mastella.
Il tutto aggiunto al fatto che, chiunque vinca, con il Porcellum al Senato non avrà vita facile
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Che bella prospettiva per il futuro dell'Italia .....

P.S. Intanto, Giovanardi lascia definitivamente l'UDC, e con lui l'area "berlusconiana" del partito (verso Forza Italia o quel famoso "listone"?). La decisione viene dopo quella di Baccini e Tabacci, ovvero l'area "antiberlusconiana" dell'UDC, di lasciare la CdL per dare vita ad un centro autonomo, la Rosa Bianca. Insomma, il povero Pierferdy paga lo scotto di mille titubanze, di una politica del "siamo nella CdL, ma anche fuori" (scontentando entrambe le anime del partito: Giovanardi aveva il 15%, Baccini il 20%). Altro che Veltroni.
Napolitano rompe gli indugi, incarico "esplorativo" a Marini
post pubblicato in Diario, il 30 gennaio 2008


                      

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva terminato ieri le consultazioni, ha terminato la sua "pausa di riflessione", assegnando un incarico "esplorativo" a Franco Marini, Presidente del Senato. Incarico esplorativo, dunque, e non un pieno incarico come si era prospettato in queste ore: la differenza è che Marini non dovrà formare un nuovo governo, ma presentarsi alle Camere per verificare la disponibilità a sostenerlo. In caso contrario, dunque, sarebbe il governo dimissionario di Romano Prodi a gestire le elezioni. Più che di "esplorativo", comunque, bisognerebbe parlare di incarico "finalizzato", ovvero con uno scopo ben preciso: verificare la possibilità di creare una maggioranza su una nuova legge elettorale e sulle riforme annesse.
Ma vediamo come Napolitano ha "giustificato", come aveva annunciato ieri, la sua decisione:

«La crisi della maggioranza di governo è intervenuta dopo che in Parlamento si erano aperte spiragli di dialogo tra le forze politiche per una modifica della legge elettorale vigente e di alcune, importanti norme della costituzione. La preoccupazione che senza tali modifiche non si possa realizzare la necessaria stabilità politica ed efficenza istituzionale si è espressa negli ultimi tempi, e ancora in questi giorni, nel modo più imparziale, in seno all'opinione pubblica e a significative rappresentanze del mondo economico e della società civile. Una modifica della legge elettorale è stata, d'altronde sollecitata attraverso una richiesta di referendum dichiarata ammissibile dalla Corte costituzionale. Ho perciò prospettato, a tutti i partiti e i gruppi politici da me consultati, l'esigenza di una soluzione della crisi di governo che in tempi brevi dia almeno avvio agli indispensabili processi di riforma e a credibili impegni di più costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti: dialogo da me constantemente auspicato e obbiettivamente necessario qualunque sia il risultato di nuove elezioni. Peraltro questa soluzione è stata considerata impraticabile da quelle forze politiche che hanno indicato nello scioglimento delle Camere e nella convocazione delle elezioni sulla base della legge vigente il solo sbocco dell'attuale crisi politica. Nel ribadire attenzione e rispetto per tutte le posizioni illustratemi, ricordo tuttavia che sciogliere anticipatamente le Camere ha sempre rappresentato la decisione più impegnativa e grave affidata dalla Costituzione al presidente della Repubblica. E questa volta la decisione dovrebbe essere assunta a meno di due anni dalle ultime elezioni. Considero perciò mio dovere riservarmi un'adeguata ponderazione e valutazione conclusiva; il che non può essere da nessuna parte inteso come scelta rituale o dilatoria. Ecco perchè ho chiesto al presidente del Senato, facendo appello al suo senso di responsabilità istituzionale, di verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno ad un governo funzionale all'approvazione di quel progetto e all'assunzione delle decisioni più urgenti in alcuni campi».

Dopo Napolitano è intervenuto lo stesso Marini, dichiarando:

«Ringrazio il presidente della Repubblica per la fiducia che, con questa decisione, ha voluto accordarmi. So bene che si tratta di un impegno non semplice, anzi gravoso, perché so che nelle attese dei nostri cittadini c'è un'attenzione forte alla modifica della legge elettorale. Il mio impegno cercherà di stare in tempi i più brevi possibili perché capisco, come ci ha ricordato il Presidente della Repubblica, che i tempi sono stretti. Ma essendo impegno gravoso è necessario farlo seriamente. Metterò in questo compito tutta la mia determinazione».

Insomma, entrambi hanno rimarcato la necessità di una nuova legge elettorale e soprattutto la richiesta a realizzarla proveniente dalla società civile (il riferimento è a Confindustria, sindacati, Confcommercio, nonchè la maggior parte dei cittadini).
Necessità, per entrambi gli schieramenti, che ho dimostrato nel post precedente.
Tuttavia, sono convinto che Marini non ce la farà. Perchè se Lega, An, FI, UDC, La Destra, DC, Udeur, Diniani, eccetera, dovessero confermare le loro dichiarazioni, sarebbe difficile che Marini ce la faccia. E se anche ce la dovesse fare, Marini la spunterebbe per uno-due voti (ovvero di nuovo la stessa maggioranza uscita dalle elezioni, e quindi solo Prodi sarebbe legittimato a guidarla).
Perchè è necessario cambiare la legge elettorale
post pubblicato in Diario, il 29 gennaio 2008


                        

Dopo la caduta del governo Prodi, il dibattito politico si sta infiammando sull'opportunità o meno delle elezioni immediate, ovvero sulla necessità o meno di una nuova legge elettorale prima di andare al voto. Il centrodestra vuole andare subito alle elezioni, compreso l'UDC (poichè accetterebbe solo se il "governo istituzionale" fosse appoggiato anche da Forza Italia). Convinto di vincere con il 55-56% dei voti, Berlusconi dichiara che non è necessaria una nuova legge elettorale per governare stabilmente.

Beh, innanzitutto, per quanto sia stato impopolare questo governo, diffiderei di simili cifre, tratte dai sondaggi. Nel 2006, a Gennaio il centrosinistra era dato con un vantaggio del 10%, annullatosi poi nelle urne.
Persino gli exit-poll assegnavano all'Unione il 50-54% dei voti!

Comunque, il problema non è il voto ottenuto, ma come questo è distribuito fra le regioni. Infatti, con il "Porcellum", mentre alla Camera il premio di maggioranza è dato a chi vince a livello nazionale, al Senato il premio di maggioranza è distribuito su base regionale. Ovvero, per ogni regione è fissato un tot di seggi, il 55% dei quali viene assegnato alla coalizione vincente in quella regione (a meno che questa non abbia più del 55% in quella regione, nel qual caso i seggi si distribuiscono proporzionalmente).
E, anche se il centrodestra dovesse vincere con un ampio margine, tutto dipenderà da come sarà distribuito il voto fra le regioni. Facciamo un pò di calcoli.
Ecco i voti e i seggi ottenuti in ogni regione al Senato dai due schieramenti alle ultime elezioni. Val d'Aosta (1 seggio), Trentino (7) ed Estero (6) hanno leggi diverse: comunque, alle ultime elezioni il Csx ottenne il seggio valdostano, 5 contro 2 in Trentino, 4 contro 1 all'Estero (più un indipendente, Pallaro).

Centrosinistra

Centrodestra

Piemonte (22)

49,50%

9

50,50%

13

Liguria (8)

53,30%

5

46,70%

3

Lombardia (47)

42,60%

20

56,90%

27

Veneto (24)

39,50%

10

57,10%

14

Friuli V.G. (7)

44,40%

3

54,80%

4

Emilia Romagna (21)

59,40%

12

40,60%

9

Toscana (18)

61,30%

11

38,70%

7

Umbria (7)

57,20%

4

42,80%

3

Marche (8)

54,40%

5

45,60%

3

Lazio (27)

49,10%

12

50,20%

15

Abruzzo (7)

53,20%

4

46,80%

3

Molise (2)

50,50%

1

49,50%

1

Campania (30)

49,60%

17

49,10%

13

Puglia (21)

47,90%

9

51,90%

12

Basilicata (7)

60,40%

4

39,10%

3

Calabria (10)

56,80%

6

42,60%

4

Sicilia (26)

40,50%

11

57,80%

15

Sardegna (9)

50,90%

5

45,30%

4

301 seggi

148

153

Lo scenario è che il centrodestra vince, e guadagna voti in tutte le regioni. Ma vediamo le regioni.

Molise: Non può cambiare niente, perchè sono due i seggi da assegnare, quindi sempre 1 al Csx e 1 al Cdx.
Piemonte, Friuli, Lazio, Puglia: in queste regioni, già vinte dal Cdx alle ultime elezioni, non cambierà niente, a meno che non vada rispettivamente oltre il 61.3% (era al 50.5%), 64.2% (54.8%), 57.4% (50.2%), 59,5% (51.9%).
Emilia Romagna, Umbria, Marche, Basilicata, Calabria: in queste regioni, vinte dal Csx alle ultime elezioni, non cambierà nulla, a meno che il Cdx riesca a ribaltare i risultati del Csx, rispettivamente del 59.4%, 57.2%, 54.4%, 60.4%, 56.8%.

Lombardia, Veneto, Sicilia: anche queste regioni furono vinte dal Cdx alle ultime elezioni, ma cambierà qualcosa (1 seggio in più) se il Cdx saprà andare rispettivamente oltre il 58.6% (56.9%), 60.4% (57.10%), 59,6% (57.8%). In Lombardia ne prenderebbe due in più, se andasse oltre il 60.7%.
Toscana: qui vinse ampiamente il Csx (61.3%), ma se il Cdx riuscirà a farlo scendere sotto il 58.3%, guadagnerà 1 seggio.
Liguria, Abruzzo, Campania, Sardegna: se il Cdx riuscirà a ribaltare i risultati del Csx delle ultime politiche, rispettivamente del 53.3%, 53.2%, 49.6% e 50.9% (ma Cdx ebbe il 45.3%), il Cdx guadegnerebbe 1 seggio in Abruzzo e Sardegna, due in Liguria e quattro in Campania.


Scenario minimo: vittoria in Campania (+4), Lombardia oltre il 58.6% (+1), 2 seggi all'estero (+1) e 3 seggi in Trentino (+1). Per un totale di 163 senatori contro i 152 dell'opposizione (ovvero 6 senatori di maggioranza).
Scenario massimo: vittoria in Campania (+4), Liguria (+2), Abruzzo (+1), Sardegna (+1), Lombardia oltre il 60.7% (+2), Veneto oltre il 60.4% (+1), Sicilia oltre il 59.6% (+1), 2 seggi all'estero (+1), 3 seggi in Trentino (+1), Csx in Toscana sotto il 58.3% (+1). Per un totale di 171 senatori contro i 144 dell'opposizione (ovvero 14 senatori di maggioranza).

Insomma, come si vede, anche in uno scenario largamente favorevole al centrodestra (e difficilmente concretizzabile per intero), basterebbero 14 senatori a far cadere il Governo. E ne basterebbero 6, se il centrosinistra riuscirà a recuperare bene, arrivando al 48-49% tenendo duro in Liguria, Abruzzo e Sardegna. E certo il centrodestra non sarà dissimile dal centrosinistra in fatto di contrasti interni, soprattutto se si presenterà con una "armata brancaleone 2", che inglobi Mastella, Dini, Lombardo, Rotondi, Casini, Berlusconi, Bossi, Fini, Storace. Soprattutto in materia di legge elettorale, visto che il referendum verrebbe spostato a primavera 2009.

Per questo motivo la legge elettorale andrebbe cambiata. Negli interessi dello stesso Berlusconi, dato che comunque si andrebbe ad elezioni a giugno (altrimenti, potrebbe benissimo farlo cadere il "governo istituzionale" togliendogli l'appoggio). Soprattutto se è così sicuro di vincere con un largo margine, che paura ha?
E poi, se permettete, sarebbe uno schifo andare alle elezioni con una legge che fino a poco tempo fa tutti volevano cambiare perchè inadeguata, e definita dal suo stesso autore (Calderoli, Lega Nord) come una "porcata".

Ecco il "disegno criminale" Gentiloni
post pubblicato in Diario, il 14 gennaio 2008


                      

Oggi il Cavaliere ha fatto dietrofront
. Rinnega il suo diktat di ieri, ovvero "non tratto sulla legge elettorale con chi vuole il ddl Gentiloni" (che ci ha tanto ricordato quello di qualche mese fa riguardo la vicenda Telecom, "potrei salvarla, ma cambiate la Gentiloni"). Come se nel tentativo di conservare l'italianità della rete fissa o nel partecipare alle realizzazione della riforma elettorale facesse un favore all'attuale Governo, e non agli Italiani.
La smentita è arrivata, dopo 24 ore, con una nota, nella quale nega di "aver collegato i due temi (legge elettorale e ddl Gentiloni, ndr) che restano separati e distinti perchè riguardano due piani diversi". Anche se successivamente dichiara: "Sulla Gentiloni ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l'impossibilità di una futura collaborazione con un governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia". Insomma, un giro di parole che conferma la volontà di dire una cosa e la necessità di nasconderla.

Comunque, tra una polemica e l'altra, ben poco si è parlato nel merito del disegno di legge Gentiloni stessa. Vediamo un pò di che tratta questa "decisione criminale", come definita da Berlusconi. Che in realtà ha l'obiettivo di evitare il ripetersi del duopolio Rai-Mediaset anche nel digitale terrestre. Obiettivo che d'altronde l'Italia è sollecitata a raggiungere dalla stessa Unione Europea che, nella persona di Neelie Kroes, Commisario  UE alla Concorrenza, ha bocciato la legge Gasparri (la riforma del sistema TV del precedente governo.

Mercato pubblicitario. Il ddl Gentiloni interviene sulla redistribuzione della raccolta pubblicitaria, correggendo l'attuale squilbrio che è a favore della TV. Infatti, abolisce il SIC (Sistema di comunicazione integrato), introdotto dalla Gasparri, che diluiva i limiti di accaparramento della raccolta pubblicitaria considerandoli in relazione ad un unico bacino nel quale confluivano anche satellitare e digitale terrestre. Ed, inoltre, stabilisce posizioni dominanti per i soggetti che superano il 45% delle risorse pubblicitarie. Infine, le TV non saranno più oggetto di multe e sanzioni, ma a loro si applica la riduzione dell'affollamento orario della pubblicità dal 18% al 16%.

Riordino frequenze. Il ddl preve il trasferimento di una rete analogica sul digitale, entro il 2009, per Rai e Mediaset. Con questa "migrazione anticipata" sul digitale (le altre reti vi passeranno nel 2012) si liberanno quantità significative di frequenze, per le quali verra stabilito un dovere di vendita da parte di chi le possiede.

Riforma Auditel. Il ddl introduce anche "una serie di norme che rafforzano le garanzie pubbliche nel sistema della rilevazione degli indici d'ascolto", in particolare nei casi in cui i responsabili delle rilevazioni siano società partecipate a loro volta da società oggetto delle rilevazioni stesse.

Insomma, un "testo equilibrato", come lo ha definito lo stesso Gentiloni. Soprattutto se confrontato con un tipo di riforma come quella proposta da Sarkozy (e che pure ha ricevuto molti apprezzamenti), Presidente di destra della Francia, che vorrebbe togliere la pubblicità dalla TV pubblica, finanziando le perdite tassando le televisioni private. Non oserei immaginare cosa accadrebbe se una proposta del genere fosse fatta in Italia.

"Che c'azzecca!", direbbe Di Pietro
post pubblicato in Diario, il 13 gennaio 2008


                       

Oggi l'ex-premier Silvio Berlusconi non ce l'ha fatta. No, tranquilli, non è passato a miglior vita.
Intendevo dire che non ce l'ha fatta a continuare nell'atteggiamento di serietà nel quale si ritrovava da qualche settimana. E pensate che era riuscito persino a ribaltare il dibattito sulla legge elettorale: da quando lo accusavano di rifiutare il dialogo, ora si ritrovava in una situazione di attesa, avendo accettato la proposta veltroniana e mettendo in evidenza che non era lui il problema, ma la "disUnione". Addirittura, si era fatto sorpassare da Fini e Casini in demagogia, non presentandosi a Napoli, e stamattina aveva anche richiamato al senso di responsabilità, dichiarando che "serve collaborazione, anche se il Paese è si è declassato a livello di un Paese del terzo mondo".

Ma evidentemente questa deve essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Deve aver pensato: "Adesso basta! Non ce la faccio più!". E quindi si è lasciato andare, dichiarando, in collegamento telefonico con la kermesse azzurra di Roccaraso, che "non potremmo trattare con forze politiche che mettessero in atto una decisione criminale come il disegno Gentiloni. Non ci sarebbe alcuna possibilità di dialogo - rimarca Berlusconi - con chi agisse in questo modo".

Ora, non sto qua a dire se sono d'accordo o no nel definire "decisione criminale" il ddl Gentiloni (per chi non lo sapesse, è la riforma del sistema televisivo). Il punto è un altro: che c'azzeccano il dialogo sulla legge elettorale con la volontà della maggioranza di voler riformare il sistema televisivo? Vuole forse Berlusconi, dopo un anno e mezzo di opposizione tesa esclusivamente a far cadere il Governo, continuare a dimostrare a tutti che lui e il suo partito non sono capaci di dialogare, almeno su quelle proposte che li trovano d'accordo? Come ha dichiarato il relatore del ddl, Pietro Folena (RC), "mi dispiace e mi sorprende che nel momento in cui si dialoga sulla legge elettorale, per il bene del Paese e il risanamento del sistema politico, il presidente Berlusconi subordini tutto ciò alla messa in soffitta del ddl Gentiloni, vale a dire alla garanzia per i suoi interessi personali e aziendali. Uno statista è colui che per l'interesse generale, tanto più in una fase di riforma delle istituzioni, è capace di mettere da parte il proprio particolare".

Spero Berlusconi smentisca personalmente queste sue affermazioni. Personalmente, perchè non trovo credibile la dichiarazione del suo portavoce Bonaiuti ("il progetto anti-Mediaset del ministro Gentiloni rimane sì un obbrobrio giuridico e una operazione distruttiva, ma mai nessuno ha tirato né tirerà in ballo in questo tentativo di dare al nostro paese un sistema di voto ampiamente condiviso"), perchè, se dovessi ritenerla seria, allora dovrei anche ritenere che Bonaiuti considera Berlusconi un "nessuno".
Ecco il piano-Prodi su tasse e salari. Tante promesse, da realizzare
post pubblicato in Diario, il 11 gennaio 2008


                        
   
Giovedì 10 Gennaio si è svolta la cosiddetta "verifica di maggioranza".
Sembrava dovesse essere l'ora della resa dei conti, e invece si è svolto tutto tranquillamente (addirittura è finita prima del previsto), nonostante in tutto fossero una quarantina di persone, con soddisfazione, più o meno accentuata, di tutti, da Dini a Rifondazione. Anche perchè, in realtà, la vera "verifica" avverrà dopo il 16 Gennaio, quando, dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale sull'ammissibilità dei Referendum, ci sarà il vertice sulla riforma elettorale (e lì se ne dovrebbero vedere delle belle).
Comunque, se anche Dini, che, durante le feste, sembrava avesse dato l'avviso di sfratto a Prodi con i suoi "sette punti", si è mostrato "cautamente soddisfatto", sembra che almeno sulle tematiche economiche sia tornata la serenità all'interno della (?)maggioranza.
Ma veniamo al dunque, analizzando il "discorso di belle intenzioni" di Prodi.

"Cifre confortanti". "ll Paese - esordisce Prodi - ha adesso davanti a sè un'occasione di crescita che non deve essere sprecataNegli ultimi due anni le cifre sono più che confortanti: l'Italia è cresciuta più di quanto non fosse successo nella prima metà del decennio; gli investimenti sono aumentati, le esportazioni hanno ripreso a marciare a ritmi straordinari nonostante la forza dell'euro, la disoccupazione non è mai stata così bassa. Anche un problema che grava su tante famiglie come quello dell'inflazione, va confrontato con le percentuali degli altri paesi europei. Il debito pubblico è in calo e il traguardo di vederlo presto sotto il 100% del pil è adesso raggiungibile. Ma soprattutto il disavanzo pubblico scende sotto il 2 % e l'avanzo primario supera il 3% del pil. Fino a poco tempo fa - ricorda Prodi - lo avevamo quasi prosciugato. Senza contare che abbiamo già redistribuito più dell'1 per cento del prodotto nazionale lordo a favore dei redditi più bassi. Questa la fotografia economica del paese oggi, quando solo un anno e mezzo fa era fermo, con la finanza pubblica allo sbando, spese pubbliche fuori controllo e assenza di qualsiasi politica seria di contrasto all'evasione fiscale.

La "ricetta" su tasse e salari. "Sarà possibile parlare di cifre e percentuali solo dopo la trimestrale di cassa (cioè Aprile). Comunque, non chiederemo un euro in più ai nostri lavoratori, alle famiglie e alle imprese per il risanamento dei nostri conti". Tuttavia, ammette il premier, "gli interventi di carattere fiscale sui quali ci concentreremo nei prossimi mesi non possono certo risolvere da soli tutte le questioni redistributive del paese".
Dopo questa introduzione, Prodi passa ai suoi "sei punti programmatici" su tasse salari ed economia, che riassumo così:
- riduzione del carico fiscale dei salari e dei bassi redditi, cui sarà destinato tuttò ciò che sarà rcavato da extragettito e lotta all'evasione fiscale;
- riduzione delle spese, con il "contenimento strutturale delle spese improduttive" e l'ottimizzazione della pubblica amministrazione, con semplificazione delle procedure, riduzione di carta e certificati, valutazione costante delle politiche pubbliche e dei suoi responsabili;
- riforma delle rendite finanziarie, con una aliquota unica al 20% (attualmente al 12,5% su Bot, azioni e obbligazioni, al 27% su contocorrenti, libretti, depositi), armonizzandola dunque a livello europeo (G.Bretagna 20%, Spagna e Francia 25%, Germania e Svezia addirittura 30%;
- proseguimento della progressiva liberalizzazione della nostra economia (in arrivo la terza "lenzuolata Bersani) e nuove politiche che mettano al centro i diritti dei consumatori;
- apetura immediata delle trattative per il rinnovo del contratto del pubblico impiego, "chiedendo piena attuazione del memorandum siglato con i sindacati su qualità, mobilità e merito".

Infine, conclude Prodi, "L'incontro di oggi ha lo scopo di condividere scenari ed obiettivi in un quadro generale di riforme che dobbiamo tenere presente e che dovremo affrontare nei prossimi mesi. Penso alla riforma istituzionale, alla legge elettorale ed anche al conflitto di interesse ed alla riforma della Rai".

Promesse, tante promesse. Sta a Prodi & Co realizzarle, almeno in parte.
Ridateci le preferenze!
post pubblicato in Diario, il 5 gennaio 2008


                            

E' ormai è un bel pò che si discute di riforma del sistema elettorale
. Recente la "sparata" di Franceschini (vice del PD) sul sistema francese, ovvero un sistema a doppio turno: dico "sparata" non perchè c'è l'elezione diretta del premier, ma perchè secondo me è impensabile passare da un sistema estremamente proporzionale come quello attuale (dove anche partitini con l'1-2% sono rappresentati, e anche abbastanza bene) ad uno estremamente maggioritario come quello francese (dove un partito con il 40% dei voti ottiene il 54% dei seggi, mentre uno con il 7% ottiene lo 0,5% dei seggi). Un'assurdità come il Referendum. Comunque è ovvio che una proposta del genere non verrà mai accettata, e infatti Franceschini è l'unico che è d'accordo.

Comunque, il 16 Gennaio ci sarà il pronunciamento della Corte Costituzionale sull'ammissibilità del Referendum, e se sarà ammesso (cosa non scontata, comunque), rimarrà ben poco tempo per fare la nuova legge elettorale in Parlamento. Massimo 2 mesi. Non so come faranno, date le premesse.

Comunque, al di là delle discussioni sul tipo di sistema (francese, spagnolo, tedesco e mix vari), ovvero come i partiti dovranno "spartirsi la torta", mi sembra che un tema fondamentale sulla questione sia stato dimenticato. O, perlomeno, mi auguro che sia dato per scontato, ma non penso sia così. E' quello delle preferenze. Reintrodurre le preferenze risolverebbe un bel pò di problemi.
Certo, non dico che se sceglieranno i cittadini al Parlamento ci andrà solo chi merita. Però penso che almeno gente come Pomicino, Previti, De Mita non ci andrà più: non penso ci siano tanti Italiani così folli da votare gente che è collusa con mafia/camorra o gente che in Parlamento ci sta da una vita senza fare granchè.
Poi, con le preferenze si instaurerebbe un rapporto più diretto fra eletti ed elettori. Questa, a dire la verità, potrebbe essere un'arma a doppio taglio (ma basterebbe non inserire i collegi e usare le circoscrizioni, in modo da non rendere troppo forte questo legame).
Poi, introducendo le preferenze sarà più difficile fare i cosiddetti "cartelli elettorali" (già, perchè nel parlare di sbarramenti tipo 5%, si dimentica che i "partitini" si potrebbero comunque organizzare in "cartelli" per superarli): infatti, se, ad esempio, Verdi e PdCI, con le liste bloccate si potevano mettere insieme per superare lo sbarramento ("5 deputati a me e 5 a te"), con le preferenze niente sarebbe più sicuro.

Insomma, ridateci le preferenze. Forse sarebbe l'unica cosa positiva di questo estenuante dibattito.
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