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il blog di Francesco Zanfardino
Dodici non sono troppi?
post pubblicato in Diario, il 10 luglio 2013




I Radicali Italiani, guidati da Mario Staderini ma, come sempre, con la spinta dell'instancabile duo Pannella-Bonino, si stanno rendendo in questi giorni dell'ennesima campagna referendaria da loro promossa. Stavolta, però, superano loro stessi, richiedendo le firme per promuovere contemporaneamente ben dodici referendum.

Gli argomenti oggetto dei quesiti sono interessantissimi, e in molti casi li condivido, più o meno con convinzione: abolizione del reato di clandestinità e delle norme discriminatorie riguardanti il lavoro dei migranti, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, divorzio breve, destinazione allo Stato della quota dell'8xMille non optata, abolizione del carcere per i reati minori connessi al possesso di droghe leggere, responsabilità civile dei magistrati, abolizione dell'ergastolo, separazione delle carriere, abolizione dei magistrati fuori ruolo, restrizione della custodia cautelare ai soli reati gravi. Ognuno di questi meriterebbe un forte dibattito nella società italiana, a prescindere dall'attuale campagna referendaria (che, comunque, resta sommersa nel silenzio mediatico-istituzionale, come sempre per le campagne promosse dai Radicali).

Però, oggettivamente, dodici sono troppi. Spesso i Radicali si lamentano della scarsa partecipazione ai referendum (cui solo l'ondata emotiva dell'incidente nucleare di Fukushima e la primavera politica "arancione" sono riusciti a porre miracolosamente rimedio nel 2011), ma è pur vero che a questo contribuisce lo svilimento dello strumento referendario di cui proprio gli stessi Radicali si rendono protagonisti. Mi immagino il povero elettore costretto a recarsi nell'urna elettorale con ben dodici schede in mano. E mi chiedo se esprimerebbe un voto effettivamente consapevole, visto che sarebbe oggettivamente difficile fare una buona informazione in contemporanea su dodici quesiti, tra l'altro così complessi. E allora non posso certo biasimare chi maligna ritenendo questa iniziativa, più che una campagna referendaria, una meno nobile iniziativa di "rilancio" di un movimento, quello dei Radicali, così prezioso per la salute della nostra democrazia ma che in fondo alle ultime elezioni Politiche ha ricevuto un consenso infinitesimale (64mila voti in tutta Italia, pari allo 0.19%), rischiando di scomparire definitivamente.

D'altronde, nella società moderna è diventato molto più facile promuovere un referendum, così come le leggi di iniziativa popolare. Forse andrebbero rivisti i meccanismi, a cominciare dai numeri di firme necessarie (almeno raddoppiarli, 1.000.000 per i referendum, 100.000 per le leggi), così da rendere più serie le campagne referendarie, diminuendo il rischio di campagne "spot". Al tempo stesso, però, c'è da focalizzarsi anche su altre storture dello strumento referendario, stavolta a svantaggio dei proponenti: innanzitutto andrebbero finalmente introdotti i referendum propositivi, dando finalmente all'elettorato piena possibilità di partecipazione democratica. Andrebbe rivisto il quorum, perché trovo profondamente ingiusto che chi sceglie di non votare influenzi le decisioni con forza persino maggiore di chi sceglie di votare: quantomeno andrebbe ridotto ad un terzo degli aventi diritto, se non addirittura abolito. Andrebbero concessi ai comitati promotori maggiori spazi televisivi e di propaganda, già in fase di raccolta firme (magari dopo aver superato una certa soglia). Eccetera.

Però, per cortesia, non lasciamo morire lo strumento referendario tra l'indifferenza di una classe politica spaventata dall'azione popolare e gli abusi degli eterni referendari.

P.S. Maggiori informazioni sulla campagna referendaria su www.radicali.itwww.cambiamonoi.itwww.referendumgiustiziagiusta.it.

Francesco Zanfardino - www.discutendo.ilcannocchiale.it
Meno male che la Cassazione c'è
post pubblicato in Diario, il 1 giugno 2011


Perchè se non c'era, la Cassazione, una consultazione referendaria sarrebbe stata cancellata a ormai 10 giorni dal suo svolgimento e solo perchè un Governo truffaldino voleva evitare che il popolo lo bocciasse.

La mia domanda è: ma se non fosse andata così? Se mi perdonate il gioco di parole, com'è possibile che un simile abominio fosse possibile? Molti sostengono che l'istituto referendario va riformato. Beh, sarebbe il caso di cominciare a renderli intoccabili i referendum, una volta avviati.

Oltre che a renderli sempre validi, senza dover raggiungere quorum di partecipazione. Perchè in democrazia dovrebbe contare chi decide di voler contare, o no?

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Referendum e volontà popolare
post pubblicato in Diario, il 6 ottobre 2010


                                             

Prendo spunto dalla questione del rinvio alla Corte Costituzionale della legge 40 senza affrontarla, ma unicamente per porre l'accento su una frase utilizzata dal sottosegretario Eugenia Roccella per commentare, con la "cordialità" solita dei berluscones, la decisione del Tribunale civile di Firenze: "Ancora una volta certi magistrati giacobini hanno dimostrato la volontà di ribaltare la volontà popolare".

Mi verrebbe da dire che la clausola della "volontà popolare" dalla parte della Roccella la utilizzano ovunque tranne quando si tratta delle liste bloccate, ma questo è un altro discorso. Il riferimento in quella frase era certamente al referendum del 2005, promosso dai Radicali e da vari altri partiti ed associazioni e che fallì nelle urne. Peccato che, per quel referendum come per tutti i referendum abrogativi da una ventina d'anni a questa parte, parlare di volontà popolare è decisamente una forzatura. Quel referendum fallì, infatti, non perchè i NO batterono i SI', anzi (i consensi furono pari all'87.7%, ovvero circa 10.800.000 "sì" ontro circa 1.400.000 "no"), ma perchè a votare andò solo il 25.9% degli aventi diritto, e come in tutti i referendum abrogativi c'era bisogno del 50% di affluenza per rendere valida la consultazione. Per parlare di "volontà popolare" nel salvare la legge 40, dunque, la Roccella dovrebbe garantirci che oltre 9.400.000 si siano astenute strategicamente, per far fallire il quorum, e non perchè semplicemente non volevano andare a votare. Garanzia che non può certo dare.

La Roccella farebbe quindi bene ad usare ben altri argomenti. E, magari, impegnarsi insieme a tutti i suoi colleghi, di destra e di sinistra, per riformare la legge sui referendum. Rendendo magari più difficile convocarli (che so, raddoppiando le firme richieste da 500.000 a 1.000.000), ma eliminando questo diavolo di quorum che non ha alcun senso (in democrazia solo chi vota deve contare, non chi si astiene) e che si presta a facilissime strumentalizzazioni dal parte del fronte "conservatore" dell'esistente. Soprattutto perchè i referendum sono l'unica arma che i cittadini possiedono per affermare la propria "volontà popolare", al di fuori del meccanismo partitico-parlamentare.

Queste sono le riforme "istituzionali" di cui il Paese avrebbe bisogno.

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Di prima scelta
post pubblicato in Diario, il 30 agosto 2010


                                            

Come ogni anno, al finire di Agosto si torna a parlare di test d'ingresso per le facoltà universitarie a numero chiuso. Stavolta, però, il fronte anti-test ha la meglio nel dibattito socio-politico, con numerosi esponenti del mondo universitario e non, compresi i famosi "baroni", uniti alle diverse associazioni studentesche per chiederne chi l'abolizione, chi una profonda revisione.

Io non sono un "barone", ma la mia la provo a dire lo stesso, avendo una qualche esperienza diretta (due anni fa feci il concorso in Medicina, piazzandomi primo alla Seconda Università di Napoli). Innanzittuto cominciamo col dire che proprio i test di ingresso sono forse l'unico concorso pubblico che funziona davvero, o quantomeno l'unico che, migliorandosi nel corso degli anni, è riuscito ad ridurre quasi allo zero l'indecenza delle raccomandazioni: grazie all'estrema automatizzazione dei test e alle numerose norme di prevenzione, imbrogliare ai test è diventato davvero molto difficile; in pratica, o devi conoscere chi fa le domande (e tenete conto che le persone che fanno i test sono a conoscenza ognuno di solo una parte dei quiz) o devi avere la fortuna di avere affianco a te qualcuno che ti aiuti durante la prova,o devi riuscire ad eludere la sorveglianza in tema di palmari, telefonini & co (e riuscire a sfruttarli). E vi garantisco che si tratta di cose molto improbabili ... tant'è vero che, se vi guardate in giro, troverete tanti "figli di" che non sono riusciti ad entrare ai test nonostante "l'attivismo" dei loro "padrini" (e forse non è un caso che i vari "baroni" chiedano la revisione dei test d'ingresso ... ma qui siamo nel campo della malizia). E la differenza si vede soprattutto rispetto ad altri tipi di concorso, dove le raccomandazioni regnano incontrastrate, per l'assenza la rigidità del "modello Medicina" e soprattutto per la presenza di prove orali/scritte/pratiche che per definizione non sono oggettive. Un esempio? Proprio l'accesso alle specializzazioni di Medicina: stesso ambito, ma lì c'è anche la prova scritta ... e fatevi raccontare da chi ci ha provato, come funziona lì. E pertanto, aggiungo io: estendiamo il "modello Medicina" a tutte i concorsi pubblici, compatibilmente con le risorse a disposizione.

Ciò non significa che non abbiano bisogno di una revisione: tutto è perfettibile, figuriamoci i test d'ingresso che non sono nemmeno vicini alla perfezione. Ma l'abolizione no: è vero, esiste il "diritto allo studio", ed è molto demagogico chiederla, ma non si può concretamente pensare che il sistema universitario italiano sia in grado di reggerla. Ogni anno decine di migliaia di studenti provano le facoltà a numero chiuso (pagando e soffrendo), poche migliaia ci riescono: e se considerate che spesso, quando frequento i corsi, non riesco a sedermi per la mancanza di posti, riuscirete a capire che servirebbe decuplicare strutture, personale e servizi delle facoltà per fare fronte alla richiesta. Il tutto solo per il primo anno, o comunque i primissimi anni: perchè tanto dopo la maggior parte degli studenti abbandonerebbero, come accade in facoltà come Giurisprudenza o Ingegneria, dove l'accesso è libero e dove si iscrivono tantissimi studenti, magari spinti dalle famiglie, per poi abbandonare dopo pochi anni, se non mesi. Perdendo tempo che avrebbero potuto impiegare con miglior frutto scegliendo altri percorsi.

Una "selezione" ci vuole, dunque. Magari da estendere a tutte le facoltà universitarie più richieste, magari con una minore rigidità (e, d'altronde, la stesse attuali facoltà a numero chiuso dovrebbero aumentare i posti a disposizione, specialmente Medicina, dato che si prevede un'ondata di pensionamenti fra circa dieci anni e qualcuno dice che si dovrà addirittura assumere all'estero). Poi si può discutere su "quale" selezione, e qui mettiamoci l'anima in pace: qualsiasi modello sarebbe "ingiusto", con ciascun modello persone meritevoli potrebbero essere sopravanzate da persone meno meritevoli. Compreso quello che sto per indicare: si tratta dunque solo di cercare il modello che limiti al minimo le ingiustizie. Comincio dalla valutazione del "curriculum" scolastico, invocata da più parti in questi giorni, senza che però nessuno ricordi che questa era già stata introdotta dal governo Prodi, e poi prontamente cancellata dal nuovo governo Berlusconi: all'estero vale fino al 50% del punteggio dei test, da noi zero. E invece sarebbe molto giusto dare una mano, magari inferiore, agli studenti che hanno conseguito il diploma con profitto, specialmente nelle materie attinenti: e il "decreto 25 punti" di Mussi-Fioroni andava nella direzione giusta per diminuire la possibilità di "perdere per strada i meritevoli" . Ovviamente, ci sarebbe un problema: ovvero il fatto che, molto spesso, in certi istituti privati si "regalano" i voti (specialmente in quelli frequentati dai figli dei "baroni, e qui torniamo alla malizia di prima), e ciò potrebbe portare ad una "sleale concorrenza".

E qui ci sarebbe bisogno di un'altra grande revisione in tema di formazione, ovvero quella degli istituti privati ... ma qui sfociamo in un'altra interminabile discussione. Quantomeno, però, si potrebbe risolvere il problema dei test, eliminando il "numero di posti" e sostituendo quindi la graduatoria con un "punteggio d'ingresso" (ovvero: per entrare non devo rientrare nei primi X posti, ma superare un X punteggio, ovviamente adeguato): in questo modo si elimina la competizione (neutralizzando la sleale concorrenza causata dai pochi raccomandati, e dai 25 punti eventualmente dati "a gogò"), e si elimina anche un ulteriore problema: la diversità dei punteggi d'ingresso nell varie università italiane, con i primi esclusi di determinate università che sarebbero entrati con agilità in altre università dove l'ultimo entrato ha conseguito un punteggio ben più basso.

Ecco, in sostanza, la "revisione" che farei. Ma, ripeto, sono ben altri i concorsi pubblici che andrebbero rivisti. Di quelli, però, nessuno ne parla.

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Liberticidi
post pubblicato in Diario, il 1 febbraio 2010


                                                    

Non sono un fanatico della "par condicio" politica in TV. O, meglio, per me "par condicio" non vuol dire mettere sullo stesso piano un partito dell'1% ed uno del 30%. Ed è la tesi che portano avanti da anni i berluscones, che ad ogni appuntamento elettorale non esitano di definire, per questo motivo, "liberticida" questa legge (l'ultimo è stato, pochi giorni fa, il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani).

Tuttavia, io vado un po' oltre. Posta quella premessa, infatti, per me "par condicio" vuol dire garantire non l'uguaglianza, ma l'equilibrio politico in TV, e sempre, non solo nei periodi elettorali. Ovvero, se un partito rappresanta l'X% degli Italiani, deve avere l'X% degli spazi televisivi occupati dalla politica, o comunque una percentuale che non se ne allontanti troppo. Altrimenti, farei scattare le multe, e pesantissime, fino alla chiusura del programma o dell'emittente incriminato; a meno che queste ultime non decidano di essere ufficialmente "di parte" (libere di esserlo, a parte la RAI, che è servizio pubblico), e allora dovrebbero essere imposti dall'Agcom dei "disclaimer" prima di ogni trasmissione "di parte" che avvisino, dati alla mano, i telespettatori della sua faziosità (dal punto di vista degli spazi destinati ai diversi partiti, ovviamente ... la faziosità dei contenuti non è così facilmente misurabile). Anche se, nei periodi elettorali, comunque "disequilibrerei l'equilibrio" un po' a vantaggio delle liste nuove e dei partiti minori, perchè altrimenti si rischierebbe di aver un equilibrio forzatamente rigido; in compenso, prevederei la possibilità di fare i famosi "scontri diretti" tra i due principali candidati (ma anche tre se la situazione lo richiede: insomma, quelli sostenuti dai partiti più rappresentativi).

Già sto scendendo troppo nei dettagli, e vi risparmio le mie idee su come aggiornare periodicamente le "percentuali di rappresentatività" dei partiti sui quali basare l'equilibrio "politico" in TV. Comunque, se si parlasse di questo tipo di riforma della "par condicio", sarei d'accordissimo. Temo tuttavia di no, visto che altrimenti il Governo sarebbe costretto a rinunciare alla gran crassa mediatica che riceve quotidianamente dalle TV italiane, a cominciare dai Tg. Come testimoniano da sempre i dati dell'Agcom, autorità indipendente sulle Comunicazioni che dovrebbe proprio risolvere questo tipo di problemi (e in realtà fa poco o nulla, perchè è gestita dalla politica): per esempio quelli sul "tempo di parola" destinato dai principali Tg alle varie forze politiche nel Dicembre 2009 (ultimi dati disponibili). Sommando i dati relativi alla maggioranza (Pdl, Lega, Governo e Premier), alle opposizioni (tutti gli altri partiti) e alle istituzioni (UE e Presidenti di Repubblica, Camera e Senato), otteniamo:

Tg1 = 58.29% - 23.11% - 18.60%
Tg2 = 56.63% - 24.63% - 18.74%
Tg3 = 39.10% - 45.56% - 15.34%
Tg4 = 79.97% - 11.48% - 8.55%
Tg5 = 62.72% - 21.02% - 16.26%
St.Ap. = 72.61% - 14.3% - 13.09%
TgLa7 = 51.75% - 27.15% - 21.10%

Le cifre parlano da sole.

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Prescrizioni brevi, impedimenti lunghi
post pubblicato in Diario, il 16 novembre 2009


                                                     

Il centrodestra dà tanto fiato alla bocca, sparlando di riforma della giustizia per risolvere i problemi dei cittadini. In realtà solo di un cittadino, e questo lo sanno tutti coloro che non hanno i paraocchi, anche chi ci passa sopra pur di salvare "l'amato Silvio".

Questo perchè, se al centrodestra davvero interessasse risolvere i problemi della giustizia ed accorciare i processi senza diminuire i tempi di prescrizione, comincerebbe a mettere mano al portafoglio, ad aumentare e a meglio gestire le risorse umane, strutturali ed economiche della macchina giudiziaria italiana. Magari modificherebbe anche la responsabilità civile dei magistrati, che però andrebbe fatta non con intento punitivo. Ma soprattutto comincerebbe ad eliminare tutte le storture delle garanzie a vantaggio della difesa, che spesso vengono abusate e sono la causa del dilazionarsi dei tempi della giustizia.

Un esempio, ancora una volta, ci viene proprio dai processi del Premier. Oggi, infatti, il tribunale di Milano ha dovuto affrontare la richiesta di Ghedini, il parlamentare PDL e avvocato del Premier, di rinviare il processo sui "diritti-Mediaset" al 18 Gennaio perchè fino ad allora il Premier sarebbe impegnatissimo e dunque impossibilitato a venire a processo da un "legittimo impedimento". E, guarda un po', quei comunistacci dei giudici di Milano hanno accolto la richiesta, rinviando di due mesi un processo che così si avvia ancor di più verso la prescrizione. E non è certo la prima volta che questo accade, e non solo per i presunti "legittimi impedimenti" del Premier, ma anche per quelli dei suoi avvocati nominati parlamentari non a caso. Ma è giusto che accada questo? E' giusto che da una parte si possono fare processi in contumacia, ovvero senza la presenza fisica dell'imputato, e poi si allunghino i tempi dei processi per gli schiribizzi degli imputati e dei loro avvocati? Non sarebbe sensato porre dei limiti, quantitativi e qualitativi, al ricorso al "legittimo impedimento"?

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Truff Action
post pubblicato in Diario, il 15 ottobre 2009


                                               

Credo che tutti voi sappiate quanto il Ministro Brunetta abbia puntato molto mediaticamente in questi mesi sulla "class action" nella Pubblica Amministrazione, decantata come una vera "rivoluzione" che avrebbe portato efficienza e qualità nel servizio pubblico. 

Nel CdM odierno è finalmente arrivata l'approvazione in via preliminare della riforma Brunetta sulla P.A., che contiene anche questo strumento. Ebbene, indovinate un po': secondo la riforma, singoli e associazioni potranno denunciare un disservizio della P.A., che dovrà essere verificato dal giudice amministrativo. Se il disservizio è confermato ... i denunciatari avranno diritto all'adempimento del servizio. Niente risarcimento economico.

Sì, avete capito bene ... la grande "rivoluzione" rispetto al passato sarebbe quella di poter denunciare un disservizio ed ottenere il diritto a vederlo risolto. Che rivoluzione! Simili ricorsi non sono proprio mai esisistiti, ma proprio mai! Ma ci facciano il piacere ...

P.S. Ma senza risarcimento che class action è?

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Decisioni globali per problemi globali
post pubblicato in Diario, il 5 settembre 2009


                                            

Mi sono imbattuto per caso su questo articolo de La Stampa, in cui si parla delle trattative in seno all'Onu per la riforma del Consiglio di Sicurezza, e mi sono compiaciuto del fatto che si stia finalmente lavorando, anche se con percorsi ed interessi diversi, a delle soluzioni che in potrebbero portare ad una Onu decisamente più funzionale e capace di decidere.

India e Brasile spingono per un allargamento, ma contenuto, del Consiglio di Sicurezza, che spiani la strada al loro ingresso, insieme magari a Germania e Giappone. L'Italia ed altri Paesi spingono invece per un allargamento molto più ampio (25 membri) e per una riforma del "diritto di veto" dei membri del Consiglio. Meglio la seconda strada, dato che, secondo me, la strutturazione migliore del Consiglio dovrebbe essere di 15 membri (meglio non mettere troppi galli a cantare), con l'abolizione totale del diritto di veto e con i Paesi membri del Consiglio non stabiliti a priori eletti dall'Assemblea Generale dell'Onu. Magari garantendo, per ovviare al problema dell'uguaglianza che si creerebbe tra il voto del piccolo staterello e colossi come la Cina, dei "seggi permanenti" ai Paesi più importanti (magari i cinque attuali, così da non scontentarli troppo della riforma), oppure facendo pesare il voto di ogni Paese per il numero di abitanti che rappresenta.

Possono sembrare questioni poco importanti. Ma da queste riforme dipende la funzionalità dell'Onu, e la sua capacità di incidere sui problemi di tutti noi. I grandi fenomeni che influenzano le nostre vite, infatti, che siano ambientali (inquinamento globale), economici (le varie crisi) o di sicurezza (terrorismo), sono sempre più problemi globali, che necessitano di interventi globali. Interventi che possono essere intrapresi solo da organismi internazionali come l'ONU ... ma il diritto di veto e la mancata reale rappresentatività del Pianeta (si pensi che attualmente sono tagliati fuori Africa e America Latina) fanno sì che gli interventi necessari si riducano a "placebo" e banali raccomandazioni. Bisogna lavorare il più possibile nella direttrice di un "governo globale", insomma, altrimenti gli egoismi nazionali finiranno per impoverire tutti. E non mi pare una scelta intelligente.

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Prima del federalismo
post pubblicato in Diario, il 28 febbraio 2009


                                                    

Martedì scorso un ottimo servizio di "Ballarò" ha posto l'attenzione sugli enormi introiti di cui godono le Regioni a Statuto Speciale, ai danni delle casse statali. Ovvero, sul fatto che Val d'Aosta, Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia-Giulia e province autonome di Trento e Bolzano ricevono dallo Stato cifre superiori all'80% delle tasse raccolte sul territorio, con picchi oltre il 100%. Mentre per le altre regioni tali percentuali sono nettamente inferiori (molte intorno al 20-30%).

Ciò comporta, come ben riassunto da Floris, che in alcune Regioni i Comuni rifanno le fontane ogni tre mesi, perchè i soldi sono in eccesso rispetto alle reali esigenze, in altre i Comuni rischiano di fallire alla prima mossa sbagliata, per l'esiguità dei fondi a loro disposizione. Non sarebbe allora il caso che, prima di effettuare la riforma "federalista", si provveda ad un riequilibrio fra le Regioni "speciali" e quelle "normali"?

In effetti è la domanda che ci siamo posti tutti, dopo aver visto il servizio. E la risposta, amarissima, è stata subito fornita dall'intervento telefonico in diretta del Ministro Calderoli, per chi non l'avesse capito già prima: certo che sarebbe giusto, ma per farlo bisognerebbe scontentare le "lobby" regionalistiche ... ovvero i tanti parlamentari e politici che, in entrambi gli schieramenti, governano quelle regioni e costruiscono il consenso con quei fondi, ai danni dei cittadini delle altre regioni.

Soprattutto difficilmente vedremmo tale coraggiosa riforma attuata da una maggioranza che Governa da poco il Friuli e la Sardegna, e da decenni in Sicilia. Dove, tra l'altro, nemmeno il fiume di soldi basta a compensare i disastri delle giunte locali, come Catania, dove se lo Stato non avesse regalato 140 milioni di euro i cittadini sarebbero continuati a vivere tra la monnezza, le vie buie, le strade piene di buche e con un Comune quasi oltre l'orlo del fallimento (e situazioni simili, putroppo, dilagano sempre più in tutta la Sicilia). Ma allora non ci vengano a parlare di "federalismo", "lotta agli sprechi" e "riforme".

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Spiegateglielo alla Gelmini
post pubblicato in Diario, il 20 dicembre 2008


                                               

I "figli del modulo" migliorano e sono ai primi posti nelle classifiche internazionali. Lo confermano le edizioni 2007 di ben due ricerche internazionali, il Timss, sulle competenze in Matematica e Scienze al quarto e ottavo anno di scolarità, e il Pirls, sulla comprensione della lettura al quarto anno di scolarità. Ebbene, nonostante i bimbi italiani di quarta elementare siano più piccoli dei loro coetanei internazionali, migliorano rispetto alle edizioni del 2003, già comunque felice per le elementari italiane, piazzandosi in Europa al 2° posto in Lettura (8° nel mondo) 4° posto in Scienze (10° nel mondo) e 8° posto in Matematica (16° nel mondo), Tutti valori superiori alle medie internazionali.

Diteglielo alla Gelmini. Può darsi che invece di fare una mezza marcia indietro, la faccia completa, lasciano il modulo così com'è (eliminando solo le compresenze). Non è la scuola elementare a necessitare delle attenzioni del Ministero, semmai le scuole medie, che fanno diminuire decisamente la qualità dei nostri studenti. E invece l'unica pseudo-riforma in quel campo è stato il taglio dell'orario (da 30 a 29 ore), tra l'altro (meno male) cancellato dalla famosa "retromarcia". Oltre che ovviamente gli effetti del taglio di 8 miliardi di euro, che ha colpito ovviamente anche la scuola media.

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E ora la Gelmini si dimetta
post pubblicato in Diario, il 11 dicembre 2008


                                                

Incredibile. Dopo aver osannato e sostenuto per mesi la bontà della sua pseudo-riforma, il ritorno al maestro unico, dopo aver detto che il tempo pieno non era a rischio ma che anzi veniva aumentato, e tutte le miriadi di balle raccontante in questi mesi e spacciate per verità, il Governo fa una quasi totale marcia indietro sulla riforma Gelmini. Via il maestro unico, via l'obbligo di riduzione a 24 ore dell'orario scolastico delle elementari, ripristino delle 30 ore alle medie, via l'aumento dell'affollamento delle classi e rinviata al 2010 l'applicazione del riordino degli istituti superiori. Praticamente rimangono solo il grembiulino e l'educazione civica ... 
 
Che è successo, tutto ad un tratto la Gelmini & Co si è accorta che studenti, opposizioni e sindacati avevano ragione? Che avevano ragione sul fatto che il maestro unico si sarebbe ripercosso negativamente sulla qualità dell'insegnamento e sul tempo pieno? Che avevano ragione che ci sarebbe stato il sovraffollamento delle classi? Che avevano ragione sulla riduzione dell'orario di lezione? Insomma, che avevano ragione a bocciare la riforma Gelmini?  Ok: ben fatto. Ora però ne tragga le conseguenze: si dimetta. Non si può fare una marcia indietro su tutta la linea, dopo averla difesa a spada tratta tacciando di "irresponsabilità", "strumentalizzazione", "demagogia", "cecità", "assenza di proposte" chiunque le si opponesse.

P.S. Ma studenti ed opposizioni non demordano: la mazzata più pesante, la legge 133 (la Finanziaria) è ancora in piedi, e con essa gli 8 miliardi di tagli a scuola, università e ricerca. Propongano il taglio degli sprechi della politica, degli enti locali inutili, ecc. ecc., e chiedano il ripristino, almeno parziale, dei fondi. Ci sono riusciti a fermare la Gelmini, possono farcela anche con Tremonti. 

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... Sì ad una vera riforma della scuola
post pubblicato in Diario, il 12 ottobre 2008


                                                         

Ieri ho spiegato il mio "NO" alla pseudo-riforma Gelmini. Però, siccome non mi piace polemizzare senza indicare un'alternativa, ecco come secondo me bisognerebbe riformare la scuola.

Innanzitutto, partiamo dall'aspetto gestionale, dato che è l'unico modo di vedere la scuola da parte di Gelmini e Tremonti. Da questo punto di vista la scuola ha molti problemi, sia come moltitudine di sprechi, sia come carenza di investimenti dove servono. Tuttavia, certo non possono essere una soluzione gli 8 miliardi di tagli del Governo, sia perchè sono una cifra spropositata rispetto al problema reale, sia perchè sono tagli indifferenziati, orizzontali, non mirati: ovvero, non andranno a colpire lo spreco, ma colpiranno in maniera indifferenziata sia lo spreco che la spesa utile. Invece, se si vuole rendere efficiente la scuola, bisogna partire dai bisogni: ovvero stabilire, possibilmente in maniera condivisa, i criteri di spesa. Ovvero quanti edifici scolastici sono necessari, quanti alunni può contenere una classe, quanti docenti sono necessari per ogni classe, quante materie sono necessarie, quante ore, quanti bidelli per numero di alunni, quanto personale per numero di alunni, eccetera eccetera, e sulla base di questi criteri assegnare i soldi alle scuole, lasciando un margine del 5-10%, e licenziando il personale superfluo (o assumendone altro se necessario). Tutte le cose aggiuntive, come insegnanti di sostegno, progetti, manutenzione, eccetera, dovranno essere finanziati con fondi aggiuntivi rilasciati dallo Stato previa verifica del reale bisogno e/o del loro utilizzo per quegli scopi.

E poi, se proprio si deve tagliare, si cominci dal tagliare i finanziamenti pubblici alle scuole private, che anzi la Gelmini vorrebbe aumentare in nome di una "maggiore libertà di scelta per le famiglie". Le scuole private devono sostenersi con i propri soldi e non sottrarre soldi alla scuola pubblica; e le famiglie, se non si possono permettere la privata, che vadano alla pubblica ... Lo so che è un'utopia, visto che la stragrande maggioranza delle scuole private è legata alla Chiesa, però bisognerebbe farlo. Anche perchè spesso quelle scuole sono dei "diplomifici".

E qui veniamo all'altro problema della scuola, ovvero il merito. Se infatti i giovani d'oggi hanno scarsa considerazione per la scuola è anche perchè il merito ha ben poca importanza in una società dove dilaga la raccomandazione, dove è più facile diventare qualcuno e/o stare bene economicamente facendo la velina, il tronista o partecipando ad un reality che studiando sodo e/o contando sulla proprie qualità. Certo, è molto difficile cambiare questa mentalità, però possiamo fare in modo di compiere una rivoluzione meritocratica. Innanzitutto con maggiori incentivi, anche economici, agli studenti meritevoli, a tutti i livelli. Poi attraverso un sistema di valutazione dei docenti, che vada a valutare il programma svolto, la qualità dell'insegnamento (magari attraverso un test di valutazione dell'apprendimento), le presenze, eccetera, e su questo basare aumenti di stipendio e licenziamenti. Poi rivedere i concorsi pubblici, di qualunque tipo, cercando di eliminare quanto più è possibile le valutazioni soggettive a favore di quelle oggetive, prendendo a modello il test d'ingresso per Medicina, che anno per anno sta riducendo significativamente il problema della raccomandazione.

Infine, ridare alla scuola il suo ruolo di punto di riferimento per la società. In una società dove sta venendo meno lo spirito partecipativo, dove attività come volontariato, partecipazione politica, sport, impegno nello studio, stanno lasciando il passo all'isolamento, alla centralità delle cose materiali (telefonini, vestiti alla moda), all'ignavia, alla vita da "Uomini e Donne" o "Amici", e dove quindi la scuola perde l'importanza che aveva prima, bisogna ripristinare il rapporto fra studente ed alunno. Ovvero cambiare l'offerta formativa, "svecchiare" un po' la scuola: incentivando il dibattito in classe (magari con delle ore di "discussione" sulle tematiche più varie), aumentando le strutture sportive scolastiche e aprendole anche oltre l'orario scolastico, connettendo scuola e attività di volontariato, insomma facendo in modo che la scuola non sia "solo" un luogo di studio, ma anche un luogo di partecipazione.

Insomma, la scuola non necessita di tagli, ma di efficienza, merito e partecipazione. E' una sfida difficile, ma non impossibile, che deve essere vinta: perchè è attraverso la scuola che può cambiare il futuro dell'Italia.

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