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il blog di Francesco Zanfardino
Fiat lux
post pubblicato in Diario, il 5 maggio 2009


                                                  

Prima acquisisce di fatto Chrysler, terzo produttore di auto americano. Poi si tuffa su Opel, con un'offerta ufficiale per l'acquisizione del gruppo tedesco. Con voci insistenti sull'interessamento anche per il marchio svedese Saab, e soprattutto per l'asset latino-americano di General Motors. Il tutto genererebbe un gruppo automobilistico leader in Europa, e secondo nel mondo.

Niente male per un gruppo che fino a qualche mese fa sembrava quasi sull'orlo del fallimento, tanto da chiedere a gran voce gli incentivi di Stato al mercato dell'auto (del quale è stato il principale beneficiario), con migliaia di dipendenti in cassa integrazione (a cominciare da quelli degli stabilimenti di Pomigliano e Termini Imerese, con la produzione bloccata o quasi) e soprattutto con un notevole indebitamento. Una situazione molto sospetta, tanto da far dire al commissario UE per l'Industria, Verheugen: "Mi chiedo dove questa società altamente indebitata trovi i mezzi per portare avanti allo stesso tempo operazioni di questo genere". Subito zittito dai nostri Ministri Scajola e Frattini, e dalla presidente di Confindustria, Marcegaglia: evidentemente all'estero non hanno capito che in Italia queste cose non si devono dire, e soprattutto non devono dirle i giornalisti.

D'altronde, la situazione si può spiegare solo in questi tre modi:
- la Fiat i soldi ce li ha, e allora ha truffato nella richiesta di aiuti al Governo;
- la Fiat i soldi non ce li ha, ma ha dei "finaziamenti occulti";
- la Fiat i soldi non ce li ha, ma vuole lo stesso rischiare.

I primi due casi, non li analizzo nemmeno, perche se fossero veri Marchionne altro che eroe, sarebbe semplicemente un criminale. Per quanto riguarda il terzo caso, è molto importante sottolineare una cosa: quello di Marchionne sarebbe un forte rischio d'impresa. Cosa legittima, ma rischiosissima: potrebbe mandare a puttane l'impresa nazionale dell'auto, oppure renderla protagonista della scena mondiale. Nell'ultimo caso, Marchionne (giustamente) si terrebbe i guadagni; ma nel primo? Bè, se la Fiat dovesse uscire da queste operazioni con le ossa rotte, non ci si azzardi a dare un solo euro per salvarla dal fallimento. Altrimenti è troppo facile rischiare: tanto se va male mi salva lo Stato! E il libero mercato, la libera concorrenza con imprese che invece preferiscono fare la loro impresa senza grandi rischi? Per questo, da parte dell'opposizione e dell'opinione pubblica andrebbe fatta una semplice richiesta al Governo: si parli con la Fiat, si faccia luce, e si metta bene in chiaro che questi rischi che sta intraprendendo non comporteranno alcun paracadute futuri. 

Ma se poi la Fiat fallisce, i lavoratori vanno a casa? Bè, tanto vale darli direttamente ai lavoratori i soldi statali, anzichè darli ad imprese che tra l'altro li utilizzano per altri fini e nemmeno pensano ai propri stabilimenti in cassaintegrati!

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Tragedia annunciata
post pubblicato in Diario, il 29 aprile 2009


                                               

La Regione che insabbia. Il giornalismo, che fa il suo mestiere (cosa rara di questi tempi), che ritrova. E così si scopre che nel 2006 uno studio commissionato dalla Regione Abruzzo evidenziò già all'epoca che 137 edifici de L'Aquila erano a rischio crollo, tra cui i simboli di questa tragedia, la Casa dello Studente e l'Ospedale.

Oddio, c'è da dire che altri palazzi simbolo, come il Palazzo del Governo e la Prefettura, erano stati giudicati "a posto". Ma comunque 137 edifici no: e molti di questi sono crollati o hanno subito danni gravi. Ma non s'è fatto nulla: anzi, si è preferito insabbiare, evidentemente per rifuggire dalle responsabilità.

Questo è solo una parte del marciume politico ed imprenditoriale che ha comportato l'immane tragedia. Tante sono le responsabilità. Ma da qualche parte bisognerà pur cominciare: e da chi, se non da chi in teoria, di qualunque colore politico, dovrebbe tutelare la "cosa pubblica"?

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Fatalità umana
post pubblicato in Diario, il 7 aprile 2009


                                                Macerie e soccorsi a Onna (Reuters)

Andrò controcorrente, ma questo non è solo il momento della solidarietà. Non è solo il momento della vicinanza alla popolazione abruzzese colpita dal terremoto. Non è solo il momento di lodare l'impegno di migliaia di "angeli" che dedicano tutto il loro impegno, magari anche mettendo a rischio la propria vita, per salvare più vite possibili, e rendere più sopportabile la tragedia ai sopravvissuti.

Questo è anche il momento della riflessione sulle responsabilità. Proprio per rispettare le centinaia di morti, le migliaia di feriti, le decine di migliaia di sfollati, e tutti coloro che in questa tragedia hanno perso qualcosa, occorre fare informazione. Non semplice cronaca degli avvenimenti, ma analisi delle cause, putroppo molteplici, di questa tragedia. Cause tutte riconducibili ad una: la scarsa coscienza dell'importanza della sicurezza sismica, da parte di chi ci governa, ma anche nella popolazione, e d'altronde le due cose sono collegate. Infatti, poichè in Italia le cose si fanno solo se portano voti, la politica, pur con le dovute sfumature, non si è mai occupata seriamente del problema, perchè ci vogliono soldi, tanti soldi, e si preferisce destinarli a cose magari meno utili, ma che rendono di più dal punto di vista elettorale, della propaganda. E questo nonostante l'Italia sia un Paese ad altissimo rischio sismico, come tutti abbiamo imparato a scuola e che però accantoniamo, assieme a chi ci Governa, nel dimenticatoio: perchè di certe cose ce ne ricordiamo solo quando ormai è troppo tardi, per poi dimenticarcene nuovamente in fretta, fino ad una nuova tragedia, e così via. E così dal 1945 lo Stato ha speso 75 miliardi di euro per tamponare i danni causati da calamità naturali, oltre ad aver perso migliaia di vite umane e distrutto l'esistenza a tante altre.

E allora diamoci tutti da fare. Non solo aiutando la popolazione abruzzese nei modi in cui possiamo (a proposito, segnalo che si può mandare un sms al 48580 per donare 1 euro tramite la Protezione Civile), ma soprattutto facendo pressione a chi di dovere affinchè di solidarietà non ci sia più bisogno. Tragedie come queste possono essere evitate, perchè non è il terremoto ad uccidere, ma la casa che ti crolla addosso. Un terremoto del tipo capitato in Abruzzo, seppur forte, in California o Giappone non avrebbe causato una tale devastione. Prevenzione, allora. A tutti i livelli.

A cominciare dalla messa in sicurezza anti-sismica di tutte le abitazioni Italiane, a cominciare dalle aree a rischio. Non è possibile che in aree così ad alto rischio come l'Abruzzo un Ospedale possa diventare inagibile al 90% per un terremoto nemmeno così straordinario (di terremoti superiori ai 5 gradi Richter ce ne sono un centinaio all'anno in Italia), e che tutti quegli edifici, magari nuovi, magari persino statali, possano crollare. Dove trovare i soldi? Bè, tra tutti gli sprechi che ci sono in Italia, a partire dai privilegi di tutte le caste, hai voglia a trovare fondi. Ma dato che questo in Italia non accadrà mai, almeno si potrebbe destinare a questo obiettivo i fondi stanziati per le "grandi opere", soprattutto quelle la cui utilità è alquanto dubbia, tipo il Ponte sullo Stretto (che da solo costa 6 miliardi di euro). Tra l'altro ciò porterebbe anche benefici sul fronte anti-crisi, perchè la manutenzione degli edifici porta migliaia di posti di lavoro subito, mentre opere come il Ponte danno pochi posti, e fra anni. L'importante, però, è che gli stanziamenti per la manutenzione, così come per quelli della ricostruzione in Abruzzo, raggiungano davvero il loro obiettivo, e non diventino l'ennesima occasione per far fare affari loschi ai soli noti, come putroppo accaduto quasi sempre in passato (Irpinia docet).

Poi ci vogliono regole. Per troppi anni si sono ritardate le leggi sulla prevenzione anti-sismica, e tuttora sono congelate al 2005. E da sempre in Italia, tra condoni, "elasticità" urbanistiche e regole generose, sembra si faccia di tutto pur di mettere sotto i piedi la sicurezza sismica. E inorridisco al solo pensiero che il Governo non avesse previsto nel "piano casa" che le modifiche/ricostruzioni delle case non prevedessero il rispetto delle norme anti-sismiche, dato che il Ministro Scajola ha detto che bisognerà "adeguare il Piano Casa a norme antisismiche". E magari si dovrebbero anche inasprire le sanzioni e il carcere, o perlomeno sicurezza della pena, per quelle imprese che costruiscono con la m.... i palazzi anzichè in cemento armato come dovrebbero, pur di speculare sulla sicurezza dei cittadini.

E poi, anche la prevedibilità. Ha fatto tanto scalpore il "caso Giuliani", il ricercatore abruzzese che aveva previsto l'evento, anche se con tutti i limiti della "previsione". Difficile dire che la tragedia abruzzese potesse essere evitata in questo modo, e non entro nella polemica, se non per dire che l'aver dato dell'"imbecille" a Giuliani, come fatto da Bertolaso (che lo ha anche denunciato per procurato allarme), è una cosa che in altri Paesi, giustamente o no, comporterebbe le dimissioni. Però è ridicolo dire con certezza che non si possono prevedere i terremoti. La relazione fra emissioni straordinarie di gas radon e terremoto è ormai acquisita, ora bisogna capire come metterlo in relazione con i dati dei sismografi e fornire un dato affidabile. Probabilmente si può fare, oppure forse no: ma cercare di nascondere, o addirittura censurare (come fatto ieri sera dal Tg5), tale possibilità è solo da stupidi ostinati. Si destini quindi qualche fondo in più per la ricerca in questo settore, così importante per il nostro Paese.

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Già, come una "morte bianca"
post pubblicato in Diario, il 22 novembre 2008


                                                      

"La tragedia di oggi è una morte bianca". Fra tutte le inutili quanto scontate dichiarazioni "del giorno dopo", quella del sindaco di Rivoli, Guido Tallone, è quella che perlomeno ci dà la vera dimensione della tragedia accaduta oggi al liceo Darwin di questa cittadina del Torinese.

Morire di scuola, come morire di lavoro, sono tragedie che non possiamo accettare in un Paese civile. E, come per le "morti bianche", anche qui ci sono precise responsabilità dei datori di lavoro. Solo che in questo caso il "datore di lavoro" è lo Stato, che quindi non solo è responsabile indirettamente come nel caso delle morti sul lavoro (per la mancata adeguata punizione per chi specula ai danni della sicurezza dei propri lavoratori), ma anche direttamente, perchè non si investe sufficientemente sull'edilizia scolastica.

E se è vero com'è vero che in Italia ben 10mila edifici scolastici sono a rischio (rapporto Legambiente), allora bisogna intervenire urgentemente. Stanziando più fondi, e non meno fondi, e soprattutto evitando che vengano sprecati.

P.S. Mi consolo solo con il fatto che, sempre secondo il rapporto Legambiente, nella mia Campania il 100% degli edifici scolastici ha il certificato di agibilità, e lo stesso vale per Basilicata, Molise e Sardegna. A dimostrazione che, ogni tanto, anche giù al Sud siamo capaci di fare le cose per bene.

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Intervento statale? Sì, ma a sostegno dei consumatori
post pubblicato in Diario, il 4 ottobre 2008


                                             

Un intervento dello Stato come in USA per fronteggiare la crisi della finanza? Per Emma Marcegaglia è non solo "necessario, ma anche l'unica soluzione". E' quanto ha dichiarato la Presidente di Confindustria alla kermesse dei Giovani Industriali a Capri.

Ora, non sono un espertone di economia. Ma mi fa molto effetto sapere che ad invocare lo statalismo è chi in questi anni non ha fatto altro che lodare il libero mercato. E il fatto poi che si dica che l'intervento dello stato è "necessario", "ma poi dobbiamo tornare al mercato", dovrebbe far venire molti sospetti sulla giustezza di questa richiesta, senza essere per forza degli economisti. Come a dire: "mercato sempre e comunque, ma lo Stato si accolla i danni".

Mi dispiace. Ma non può funzionare così. Lo Stato non può e non deve essere più il salvagente dei finanzieri, e i cittadini, già distrutti dalla crisi, non possono pagare le conseguenze dei fallimenti di chi spesso specula sul rischio. Per carità, non sto invocando il fallimento delle imprese: ma l'intervento dello Stato deve essere limitato, e solo in casi in cui il costo sociale dei fallimenti sia particolarmente rilevante. Negli altri casi, si ascolti il libero mercato fino in fondo, e non solo quando conviene. Ma, comunque, qualora debba esserci un intervento statale, questo deve essere innanzitutto un intervento a favore delle famiglie, dei consumatori. Una politica a sostegno di salari, stipendi e pensioni, per far ripartire i consumi e quindi l'economia. Non il contrario.

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