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il blog di Francesco Zanfardino
Macchè breve o lungo, serve un processo certo
post pubblicato in Diario, il 28 luglio 2011


Prima ci hanno provato col "processo breve", spiegandoci che era necessario accorciare i tempi della giustizia, che i processi lumaca erano una vergogna internazionale, bla bla bla, mentre in realtà ci rifilavano una "prescrizione breve", che avrebbe semplicemente cancellato, e non abbreviato, i processi.

Ora si rimangiano tutto e ci provano col "processo lungo", ovvero la possibilità di portare a testimoniare chiunque si voglia senza che i giudici possano obiettare (quasi) nulla, con l'effetto di giungere ad una "prescrizione certa" per gli accusati che lo vorranno: semplicemente dovranno trovare tanti persone disponibili a testimoniare in un numero sufficiente ad allungare i tempi del processo fino all'arrivo della prescrizione.

Insomma, il centrodestra attraverso la "giustizia creativa" ne inventa di tutti i colori. L'obiettivo è sempre quello: sfruttare l'istituto della prescrizione per far scampare Berlusconi e soci alla Giustizia. Intanto, gran parte dei processi in Italia va a puttane per colpa da un lato dei troppi processi (e dei troppi reati, alcuni dei quali andrebbero depenalizzati) e delle risorse inadeugate a far fronte a tale mole di lavoro, dall'altro per colpa della prescrizione che manda in fumo migliaia di processi ai danni della sete di giustizia delle vittime, del lavoro dei magistrati e delle tasche dei contribuenti, mentre grande e piccola criminalità festeggiano.

Servirebbe davvero una riforma della Giustizia, una vera riforma. Che, tra le altre cose, abolisca la prescrizione e preveda la "certezza della sentenza", imponendo tempi certi per il giudizio, equamente divisi tra le varie parti. Insomma, si stabilisca per ogni tipo di reato quanto tempo debba "ragionevolmente durare" il processo e si divida questo tempo equamente fra difesa e accusa (tenendo anche conto dei tempi necessari al collegio giudicante), che poi sfrutteranno il tempo a disposizione secondo le proprie convenienze e strategie. E poi, scaduto quel tempo, arrivi la sentenza!

Cesare Beccaria più di due secoli fa nel "Dei delitti e delle pene", che dovrebbe essere il lume ispiratore di qualsiasi ordinamento giuridico democratico, ci dimostrava che l'importanza di una pena non sta nella sua asprezza ma nella sua certezza. Nulla è più pericoloso, infatti, per la tutela dell'ordine e il rispetto della legge, un sistema giudiziario che appaia incapace di perseguire i colpevoli e quindi incoraggi i criminali e scoraggi le vittime di ingiustizia.

Viste le condizioni del sistema italiano, è decisamente arrivato il momento di metterci mano e risolverli per davvero i problemi, prima che sia davvero troppo tardi. Certo non possiamo aspettarcelo da questo Governo ... ma possiamo aspettarcelo dal prossimo? Quali sono le idee alternative allo scempio berlusconiano della Giustizia? Quali le riforme proposte per un sistema che non può più ragionevolmente essere conservato così com'è? Ad oggi, drammaticamente, non c'è ancora una vera risposta: e mancano meno di due anni alle prossime elezioni politiche.

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Era pur sempre un essere umano
post pubblicato in Diario, il 3 maggio 2011


Certamente non rimpiangerò un assassino, e che assassino. Ma trovo del tutto fuori luogo quei festeggiamenti, quei brindisi, quelle grida di giubilo che si sono viste e udite in lungo e in largo per l'America e il mondo intero; nè la troppa "leggerezza" che traspare dai commenti degli opinionisti più svariati, ivi incluse molte istituzioni e lo stesso Obama, con quel suo abbastanza ambiguo "giustizia è fatta".

Appartengo infatti a quella schiera di persone che credono che la Giustizia, quella vera, non sia sinonimo di vendetta e non si ispiri alla logica dell'"occhio per occhio, dente per dente". Che l'assassinio non vada punito con un altro assassinio, nemmeno quando il criminale in questione si chiami Osama Bin Laden.

Lo sostiene d'altronde tutta la nostra tradizione occidentale, da quella laica di Cesare Beccaria a quella religiosa cattolica, quella tradizione di civiltà per la quale ci riteniamo "progrediti": eppure, evidentemente, abbiamo ancora molto da imparare.

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Referendum? Referendum!
post pubblicato in Diario, il 28 aprile 2011


E' assurdo che, a meno di 50 giorni dalla consultazione referendaria, non si sappia ancora se i cittadini avranno il diritto di esprimersi su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento. L'incertezza regna sovrana, tra la sospensione "furbastra" del piano nucleare e i tentativi di fare lo stesso con il decreto Ronchi sull'acqua e, chissà, magari anche sul legittimo impedimento.

Evidentemente è proprio a questa incertezza che il Governo punta per inficiare il più possibile il risultato dei quattro Referendum del 12 e 13 Giugno. Soprattutto, per il Governo, bisognava evidentemente affossare il Referendum sul nucleare che, sull'onda degli avvenimenti di Fukushima, avrebbe portato tantissima gente a votare e avrebbe quindi comportato, con ogni ragionevole evidenza, la vittoria anche di quello e degli altri referendum: una vera e propria mazzata agli interessi delle lobby dell'energia e dell'acqua privatizzata (e quindi del mondo politico da loro finanziato), oltre che a quelli tutti personali del Premier in materia di legittimo impedimento.

Bisogna fermarlo, dicevamo, anche al costo della clamorosa retromarcia del Governo su uno dei suoi cavalli di battaglia, ovvero il "ritorno al nucleare" e alle sue "meraviglie". Una retromarcia ovviamente "tattica", non per puro convincimento ideale, come lo stesso Berlusconi ha candidamente ammesso: "Il nucleare è il futuro, il nucleare è sempre la scelta più sicura. Solo che se fossimo andati oggi a quel referendum il nucleare in Italia non sarebbe stato possibile per molti anni".

Parole del genere, altrove, avrebbero probabilmente comportato le dimissioni o, quantomeno, lo sconcerto di tutte le Istituzioni garanti e una campagna di pubblico ludibrio da parte di tutta l'opinione pubblica. Una tale spudorata offesa alla democrazia e alla volontà popolare, tra l'altro da parte di chi ha fatto della volontà popolare un vero e proprio "mito" in questi anni, non sarebbe passata liscia in Francia o Germania. Da noi, invece, "assuefatti" come siamo alle sparate di Berlusconi, al massimo c'è stata la protesta delle opposizioni politiche. E la cosa passerà liscia, visto che la Consulta dovrebbe (a scanso di interpretazioni tanto giuste quanto improbabili), in caso di approvazione del "decreto omnibus" nel quale è stata inserita la "sospensione" del piano nucleare, eliminare anche il referendum sul nucleare.

Allora mi appello innanzitutto alle Istituzioni garanti, e quindi in primis al Presidente della Repubblica. Perchè Giorgio Napolitano è il garante della Costituzione e della democrazia e NON PUO' consentire una simile presa per il culo della democrazia: quindi, appena il "decreto vergogna" gli arriverà fra le mani, DEVE fermarlo non appendogli la firma. E poi, magari, successivamente promuovere anche un dibattito socio-politico sull'opportunità di riformare la disciplina referendaria, per vari motivi tra cui anche questo di evitare simili scempi.

Purtroppo Napolitano è lo stesso che ha firmato il Lodo Alfano e il "decreto interpretativo" sulle elezioni in Lazio, quindi non è che sia da fidarsi al 100%. Pertanto l'appello più grande lo faccio agli Italiani, chiedendo di manifestare tutto lo sdegno nei confronti di questo Governo antidemocratico sia nelle urne amministrative sia, soprattutto, nelle urne dei Referendum del 12 e 13 Giugno (almeno quelli che rimarranno). Mandiamoli a casa!

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Contro tutti gli stati assassini
post pubblicato in Diario, il 24 settembre 2010


                                           

Accusare gli altri delle stesse cose che ti accusano nei tuoi confronti non ti discolpa. Ecco perchè non riesco a dare ragione ad Ahmadinejad quando indica in Teresa Lewis, giustiziata ieri per aver pianificato l'assassinio del marito e del figlio adottivo di lui, e con un bassissimo quoziente intellettivo (72, appena al di sopra della soglia dei 70 al di sotto della quale non si può subire una pena capitale), la "Sakineh americana" nei confronti della quale nessuno si mobilita.

Ciò non toglie che è inaccettabile che nel paese dei diritti e delle libertà, che vorrebbe insegnare esportare la democrazia del mondo, sia ancora ammessa le pena di morte, una crudeltà inutile, come ci insegnava già oltre duecento anni fa Cesare Beccaria nel suo "Dei delitti e delle pene". E qualche mobiltiazione internazionale potente anche in questi casi non guasterebbe affatto. Perchè, purtroppo, non c'è solo Sakineh. E non esistono condanne a morte più gravi di altre.

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Ancora con la manovella
post pubblicato in Diario, il 6 agosto 2010


                                                   

Quando dall'alto ci parlano di "abbreviare i tempi della Giustizia", mentre in realtà intendono instaurare un regime di impunità diffusa, dovremmo chiederci del perchè, per esempio, nel 2010 sia ancora possibile incappare in notizie come quella dei rimborsi per "l'assistenza" a 4000 pazienti morti assegnati ai medici di famiglia della ASL di Taranto, per un danno erariale complessivo di 300mila euro.

Approfondendo la notizia, infatti, scopri che il periodo di indagine riguarda gli anni dal 2004 al 2008, nei quali da una parte i medici, pur essendo loro stessi a certificare la morte dei loro pazienti, non ne davano comunicazione all'ASL, dall'altra parte la stessa ASL non aggiornava l'anagrafe dei propri assistiti; c'è voluta l'operazione di "incrocio" tra anagrafe tributaria ed anagrafe sanitaria da parte della Guardia di Finanza per scoprire la truffa. E qui mi sorge una domanda: possibile che nell'era ultra-digitale sia possibile ancora per così tanti anni sfuggire ad una banalissima operazione di incrocio fra banche dati? Per carità, almeno in questo caso si è giunti a soluzione, forse mi lagno troppo. Ma di notizie come questa ne sento tante, troppe per non farmi fare l'idea di una Magistratura e di Forze dell'Ordine che vanno avanti ancora con la "manovella", con strumenti di indagine obsoleti o comunque non allineati al progresso. Penso a tutte le truffe fiscali che si scoprirebbero immediatamente se avessimo un efficiente ed aggiornato sistema di banche dati, oltre che di immediato incrocio dei dati stessi.

E allora mi chiedo: invece di parlare di "processo breve" per risolvere i ritardi della Giustizia (o meglio, per non arrivare proprio a sentenza!), o di condoni fiscali vari "perchè tanto gli evasori non li scopriamo", perchè non mettiamo in concretamente in atto (e non a chiacchiere, com'è abituato questo Governo) una seria opera di "informatizzazione" della macchina giudiziaria ed amministrativa? Non risolverà certo tutti i problemi del settore, ma di certo ne risolverebbe di più di certi provvedimenti che vengono spacciati dalla propaganda di Governo come la panacea di tutti i mali.

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Comiche finali / 2
post pubblicato in Diario, il 2 marzo 2010


                                                      

L'incredibile spettacolo offerto dal centrodestra sulle liste elettorali non smette di mostrare tutte le sue ridicoli mostruosità. Tra i tanti spunti forniti in tal senso in questi giorni voglio sottolineare una questione locale che, da campano, mi tocca da vicino: la polemica interna al PDL Campania sulla candidatura alle Regionali di Roberto Conte, ovvero un "ex ex", capace di cambiare casacca politica come si cambiano le paia di calzini, approdato da ultimo nel cartello elettorale "Alleanza di Popolo", messo in campo da alcune liste di area centrodestra in sostegno al candidato governatore Stefano Caldoro. Ma, soprattutto, Roberto Conte è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa.

Un "curriculum" che discutibile è dir poco, insomma, e che ha scatenato la reazione "furibonda "di Caldoro, tanto da fargli dire che se vincerà grazie ai suoi voti, si dimetterà il giorno dopo l'elezione. La domanda sorge spontanea, ovviamente: ma chi l'ha candidato 'sto Conte? Secondo Caldoro la candidatura è avvenuta in extremis, a sua insaputa ... e, detto implicitamente, per mano di Nicola Cosentino, l'onorevole sottosegretario all'Economia e coordinatore campano del PDL che non solo ha dovuto rinunciare alla candidatura in favore di Caldoro dopo le polemiche suscitate dalla richiesta di arresto proprio per concorso esterno in associazione mafiosa, ma anche a "piazzare" un suo uomo alla provincia di Caserta sull'altare dell'alleanza con l'UDC in Campania. Cosentino ovviamente respinge le accuse al mittente, sottolineando che la responsabilità, semmai, è di chi doveva controllare le liste apparentate, ovvero Caldoro stesso, non i coordinatori di altri partiti (il PDL).

Insomma, il solito rimpallo di responsabilità con un unico risultatoil centrodestra candida un condannato di primo grado per camorra, alla faccia di tutte le "campagne" di legalità promossa a chiacchiere a livello nazionale. E con i suoi massimi rappresentanti locali incapaci persino di controllare le proprie liste, volendo credere alle loro scuse. Oltre che implicati anch'essi, a loro volta, in faccende oscure: a proposito, qualcuno vuol spiegarmi perchè il "semplice" senatore Di Girolamo si è dovuto dimettere per una richiesta di arresto per "riciclaggio e violazione della legge elettorale con aggravante mafiosa", mentre il sottosegretario on. Cosentino coordinatore campano del PDL non si è dovuto dimettere da nessuno dei suoi incarichi pur avendo una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione camorristica?

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Ghe pensi mi
post pubblicato in Diario, il 3 febbraio 2010


                                             

Proprio al suo ritorno dalla visita in Israele, il premier Silvio Berlusconi ha trovato ad accoglierlo una bella notizia (per lui): la Camera ha approvato il "legittimo impedimento". Ovvero la legge che, se passerà anche al Senato, gli consentirà di sfuggire a qualsiasi udienza con una semplice "autocertificazione" (!) nella quale dichiara di essere legittimamente impedito a presenziare per via dei suoi impegni governativi. Il che, vista la arcinota mole di lavoro che deve affrontare (come no ...), e soprattutto la sua allergia ai tribunali, significherebbe di fatto impedire lo svolgimento dei processi per tutta la durata del mandato. La sostanza del lodo Alfano con un nuovo sistema, insomma.

Ma lasciamo pure perdere le considerazioni sull'ennesima legge ad personam, che ormai ci si stanca persino a denunciare in un Paese dove tutto ciò non suscita indignazione. Quello che mi fa più arrabbiare, però, è che in tutti questi giorni nessuno nel commentare entusiasti la visita in Israele del premier abbia fatto notare che persino in un Paese dove la democrazia è resa debole dalla guerra un presidente sospettato di corruzione, Ehud Olmert, è stato capace di dimettersi e dire questo: "Sono oroglioso di essere cittadino di un Paese dove si può indagare anche sul primo ministro. Lascerò l'incarico in maniera onorevole e dopo proverò la mia innocenza".

E sì, Israele deve essere proprio un gran Paese, in effetti.

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Sentenza breve
post pubblicato in Diario, il 16 gennaio 2010


                                                   

Mentre il centrodestra cerca di far passare la vergognosa legge sul presunto "processo breve", dopo 18 anni di processi Calogero Mannino viene prosciolto definitivamente dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. 

Ecco, questo è il problema della Giustizia italiana. Spesso, troppo spesso, per arrivare ad una sentenza definitiva bisogna aspettare troppi anni, quelle rare volte che la si riesce ad ottenere (perchè di solito c'è la prescrizione, e buona notte ai suonatori). E, nel frattempo, gli imputati subiscono danni d'immagine, se innocenti, per troppo tempo, e per troppo tempo devono aspettare gli Italiani per avere giustizia, se hanno ragione. Non è certo questo un Paese civile: per questo, quando si parla di "riforma della Giustizia", della necessità di abbreviare i tempi della giustizia, si dicono cose ovvie e ultra-condivisibili. Ed è quello che dovrebbero far capire meglio le opposizioni, soprattutto Di Pietro, quando contestano, giustamente, i berluscones.

Perchè la "riforma della Giustizia" che i berluscones cercano di attuare da quindici anni va contestata proprio perchè non risolve questi problemi, bensì cerca di aggravarli pur di rendere immuni pochi presunti "eletti", a cominciare dal loro capo Berlusconi. E non mi riferisco solo alle norme strettamente "ad personam" (lodo Schifani, lodo Alfano, legittimo impedimento, eccetera), che tutto sommato riguardano solo il Premier e pochi altri, ma anche a quelle leggi che per salvare Berlusconi hanno colpito e potrebbero colpire il diritto alla Giustizia di milioni di Italiani: depenalizzazione del falso in bilancio, diminuzione dei tempi di prescrizione, legge blocca-processi ... e, per l'appunto, il presunto "processo breve", che nelle dichiarazioni troverebbe nuova forza nella vicenda Mannino. E invece no: questa legge semplicemente ammazza i processi, perchè se dopo un tot di anni non si giunge a sentenza, il processo finisce e basta, senza accertamento della verità (ed in maniera retroattiva, guarda un po'). Visti gli attuali tempi della Giustizia, ciò vorrebbe dire milioni di persone che si ritroveranno senza giustizia.

Quindi, se si tenesse davvero a cuore una Giustizia certa e veloce, e non altre cose, non si cercherebbe di approvare leggi come il "processo breve" (che invece altro non è che l'ennesimo accorciamento dei tempi di prescrizione). Non sarebbe invece il caso di fare una legge sulla "sentenza breve"? Mi spiego meglio: si stabilisce che un processo per una determinata materia (che so, abuso d'ufficio) deve durare massimo 3 anni per il primo grado, 2 in appello e 1 e mezzo in Cassazione (come stabilisce proprio il "processo breve")? Allora, se dopo tre anni ancora si deve arrivare a sentenza di primo grado, il giudice deve a questo punto sentenziare per forza, sulla base di quanto emerso fino ad allora, e far passare quindi il processo ai gradi successivi di giudizio. Troppo poco garantista? Niente affatto: basta dare gli stessi spazi processuali ad accusa e difesa. Se la difesa o l'accusa hanno bisogno di più tempo per presentare nuovi elementi processuali, e non ce la fanno entro i tre anni, c'è sempre l'appello.

Sarei pronto a scommettere che i processi filerebbero una meraviglia, perchè la difesa non avrebbe più interesse ad allungare i tempi del processo, visto che la prescrizione non esisterebbe più e si arriverebbe forzosamente (e giustamente) sempre a sentenza. Ma, evidentemente, è proprio questo che si vuole evitare.

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Rosarno, Italia
post pubblicato in Diario, il 10 gennaio 2010


                                              

Quello che è accaduto in questi giorni a Rosarno Calabro è drammatico. Il livello di violenza raggiunto, da una parte e dall'altra, è intollerabile per qualsiasi Paese civile che si rispetti. Eppure non è la prima volta che accade qualcosa del genere: ricordate Castel Volturno nel Settembre 2008? Anche allora, dopo un agguato camorristico nel quale morirono diversi africani, gli immigrati del luogo si ribellarono, chi pacificamente chi violentemente, mettendo in scacco un'intera città. Ed episodi simili si sono ripetuti in questi anni, con minore potenza, con minore visibilità.

Ogni volta, si cerca di politicizzare la questione, ed entrano in gioco le dietrologie più disparate: sono gli "italiani" ad essere strumentalizzati dalla malavita, o gli "immigrati"? O non c'entra niente la malavita? La colpa delle violenze è degli "italiani" , o degli "immigrati"? Eccetera. Il fatto è che, 'ndrangheta o non n'drangheta, la dis-integrazione sta portando a questi risultati da "banlieu" parigina. Sarà perchè l'Italia il fenomeno immigratorio si è accentuato in questi ultimi decenni, mentre altrove è iniziato prima; ma ora è arrivato il tempo di agire.

Come? Bè, per risolvere il problema bisogna prima riconoscerlo: c'è un problema legato all'immigrazione, ed è anche di sicurezza pubblica. Ha sbagliato il centrosinistra nel passato a non riconoscerlo, e sbaglia chi ancora lo fa. Ma altrettanto sbaglia il centrodestra a cercare di cavalcare populisticamente il problema, senza trovare soluzioni efficaci al problema, ma solo chiacchiere e distintivo, o scaricabadili rivolti al "buonismo" della sinistra (mentre hanno governato 7 degli ultimi 9 anni, e la legge in vigore da anni sull'immigrazione si chiama Bossi-Fini). Poi, bisogna sgombrare il campo da tutti i pregiudizi: gli immigrati, in effetti, commettono mediamente più reati degli Italiani (nemmeno molti), ma se andassimo a scorporare i dati in basi alle condizioni di vita, vedremmo molto probabilmente che le differenze non esisterebbero. Insomma, non è la provenienza, ma il disagio sociale che determinano la delinquenza: se si cresce in un campo rom, o in una periferia disagiata come Scampia, puoi essere italiano o straniero, ma hai una probabilità più alta di diventare un delinquente. Poi, è l'ora di smetterla di dire che "questa gente deve andarsene a casa loro": gli immigrati, che lo si voglia o no, forse non saranno indispensabili al Paese (niente è indispensabile), ma sono ormai un pilastro fondamentale dell'economia italiana: se sparissero tutti di un colpo, il sistema Paese impiegherebbe anni per rimpiazzarne la mancanza, se non fallisse prima. Purtroppo, però, spesso queste persone lavorano in condizioni di sfruttamento, e con la spada di Damocle del permesso di soggiorno che resta per anni e anni, anche se nel frattempo magari ci si è integrati perfettamente (nonostante tutto questo) e si contribuisce a finanziare le casse dello Stato con le tasse e le pensioni dei figli degli "italiani" che non ci sarebbero senza l'incremento di natalità portato dalla popolazione italiana.

Ecco, insomma, i due binari che devono evitare la guerra sociale fra italiani e immigrati: revisione della legge sulla cittadinanza e sul permesso di soggiorno, inclusa una facilitazione per chi dimostra di integrarsi meglio (conoscenza dell'italiano, della legge italiana, scolarizzazione, lavoro regolare, domicilio regolare, eccetera), e abbreviando in ogni caso i tempi, in modo da renderle più aderenti alla realtà; lotta senza quartiere allo sfruttamento e al lavoro nero. Senza dimenticarsi, ovviamente, di far funzionare la giustizia e le forze dell'ordine per contrastare il crimine (ma questo vale ugualmente per gli italiani criminali), e di aiutare quei settori dell'economia che sono portati, anche se non costretti, dalle logiche di mercato a sfruttare, e a nero, la manodopera immigrata.

Solo così si può realmente governare il fenomeno dell'immigrazione. Il resto sono solo balle e propaganda. Altrimenti, prepariamoci ad avere una Rosarno al mese ...

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Chiarezza morale
post pubblicato in Diario, il 9 gennaio 2010


                                                

Non mi pare che gli elettori democratici siano tra i sostenitori dell'immunità parlamentare. Anzi, a dire il vero, la stragrande maggioranza degli Italiani è contraria, a prescindere dalle fedi politiche, a qualsiasi tutela legislativa che sottragga pochi "eletti" (che poi tra l'altro non sono nemmeno eletti) dalla Giustizia che, dice la Costituzione, dovrebbe invece essere uguale per tutti. Eppure, principalmente a causa dei problemi giudiziari del Premier, in questi anni l'Italia ha visto diversi tentativi di introduzione di leggi che salvassero singole personalità o l'intera classe parlamentare e governativa. E ora, dopo la bocciatura del lodo Alfano e l'ostilità di opposizioni e magistratura alle leggi da esso derivate, proprio l'immunità parlamentare sta tornando di gran voga. E, cosa sorprendente, anche per iniziativa delle opposizioni.

Non mi riferisco solo all'Udc, che d'altronde ha anche votato per il lodo Alfano e propone il "legittimo impedimento" per salvare Berlusconi. Come, in maniera interessata, sottolinea il Foglio di Giuliano Ferrara, infatti, è anche il PD ad offrire sponde su questa materia, e non solo attraverso la legge bipartisan Chiaromonte (Pd) - Compagna (Pdl), che potrebbe essere anche ritenuta una iniziativa personale della senatrice democratica (e, comunque, in ogni caso andrebbe chiarito questo aspetto). E' proprio la nuova segreteria Bersani a non escludere la possibilità di condividire questa normativa: anzi, "il tema va assolutamente affrontato", dice il responsabile Giustizia Andrea Orlando, anche se "all'interno di una complessiva revisione dell'assetto dei poteri dello Stato".

Bè, se Bersani in campagna elettorale per le Primarie si fosse dichiarato disponibile a discutere di immunità parlamentare, e di farlo con i berluscones, non credo avrebbe avuto così tanti voti di militanti democratici. Perchè l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, oltre ad essere un valore costituzionale, oltre ad essere condivisa dagli Italiani, dovrebbe essere un pilastro fondamentale dei valori del PD. E, per questo, colui che è stato chiamato alla leadership di un partito deve assolutamente essere chiaro su tutto, e soprattutto su cose così importanti. Altrimenti, l'indefinitezza dell'offerta politica del PD continuerà a mietere vittime tra i suoi elettori.

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Principi intoccabili
post pubblicato in Diario, il 8 gennaio 2010


                                              

Nello spronare la politica italiana a perseguire la strada del dialogo e delle riforme, tornata in voga con l'irruzione sulla scena del "partito dell'amore", il Presidente del Senato Renato Schifani, di malcelata parzialità berlusconiana, difende la necessità di riformare la Costituzione, anche se "non nella prima parte, quella dei valori, che non è mai stata messa in discussione".

Ebbene, qualcuno ricordi a Schifani, che pure dovrebbe saperlo (visto il suo ruolo), che, a proposito di "valori" e "prima parte della Costituzione", l'articolo 3 della nostra carta dei valori dice che "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge". Non mi pare proprio che questo principio non sia mai stato messo in discussione ... e che le cosiddette "riforme" di cui si parla ne siano estranee ...

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Se questo è uno statista
post pubblicato in Diario, il 29 dicembre 2009


                                           

"Indecoroso" è la parola adatta. Sarà certamente nelle facoltà di una amministrazione comunale (tra l'altro credo già esistano altre "via Craxi"), ma scegliere di premiare con una onorificenza pubblica, quale l'intitolazione di una strada, una persona che è morta da latitante e che per sua stessa missione è stato un'intascatore di tangenti, è molto più di una scelta discutibile. Significa capovolgere il senso delle istituzioni e della gestione della cosa pubblica, quasi come se per uno "statista" sia normale sottrarsi alla giustizia e danneggiare il bene comune intascando tangenti.

Nessun "revisionismo" può cancellare questa realtà. Non possono farlo nè le parti positive del pensiero craxiano e dei suoi governi (comunque molto poche), nè il fatto che Craxi non fosse stato l'unico a portare avanti quel sistema di fare politica. Persino il fascismo e la sua azione può aver presentato alcuni aspetti positivi: ma non per questo a qualcuno viene in mente di intitolare a Latina una strada a Mussolini per aver bonificato l'Agro Pontino. Quanto al "così fan tutti", invece, non solo è tutto da dimostrare, poichè nè il PCI ne l'MSI furono toccati così fortemente da quello scandalo che era evidentemente tutto o quasi da imputare al sistema di potere social-democristiano, ma in ogni caso non giustifica una riabilitazione.

Poi, per carità, ognuno celebra chi vuole (e, però, deve accettarne le critiche, specialmente quelle fondate, senza bollarle come "volgari e senza precedenti", come fatto da Bondi). Solo che mi fa molta specie che quelli che dovrebbero essere i culturo della legalità e del rispetto della legge, e che tra l'altro all'epoca andavano a sventolare cappi e manette in Parlamento contro Craxi, ora celebrino un latitante corrotto. Sarà forse che Craxi assomiglia molto a Berlusconi, vista la comune avversione per la giustizia e per la legalità in politica, e che gli ha fatto molti "piaceri" (concessioni televisive, e non solo), ma non vorrei essere troppo malizioso ...

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