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Non dimentichiamoci della Birmania

                       
                                 

Dopo la visibilità mediatica delle settimane scorse, il caso Birmania sembra quasi scomparso dall'attenzione internazionale
. Come se il popolo birmano vivesse in democrazia, libero dal regime militare. Come se i monaci e gli altri "ribelli" non fossero torturati e uccisi nelle carceri (proprio di oggi la pubblicazione delle foto dei massacri, pubblicate qui). Come se il premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, non fosse incarcerata nella sua casa.
 
E' vero, l'inviato dell'Onu Gambari sta continuando la sua opera di diplomazia. Piccoli successi, ma niente di decisivo. A questo punto servono azioni dirette dell'Onu, dapprima con sanzioni economiche e poi, se necessario, anche un'azione militare. Attenzione: non sarebbe un nuovo Afghanistan o un nuovo Iraq. Qui, cosi come in Palestina (dove le libere elezioni hanno portato al potere i terroristi di Hamas), la politica di imposizione della democrazia di Bush & co ha fallito, per un semplice motivo: non si è tenuto conto della tradizione storica dei popoli con cui si aveva a che fare, erano paesi che non conoscevano la democrazia e che quindi non erano preparati a gestirla. Con il risultato che dopo 5 anni di occupazione militare sia in Afghanistan che soprattutto in Iraq la situazione non è cambiata granchè.

Il popolo birmano, invece, è gia pronto alla democrazia, e lo dimostra la sua volontà, la determinazione, il coraggio di ribellarsi al regime, anche a costo di una morte quasi certa. E quando un popolo è pronto alla democrazia, non c'è niente da fare: la otterrà. Si tratta solo di stabilire tempi e modalità di questo processo di democratizzazione. E' qui che deve entrare in scena l'ONU: se fosse necessario, anche un intervento militare, una forza internazionale per aiutare il popolo birmano ad ottenere la democrazia. Certo, non sarebbe una missione di pace (dove interviene l'esercito, ci sono sempre morti e sofferenze): ma qui si tratterebbe solo di affrettare i tempi e sopratutto evitare le carneficine e i massacri di massa che le rivoluzioni della storia ci insegnano.
 
Speriamo che tutto questo non sia necessario. Speriamo che le potenze "vicine" alla Birmania, come Russia, India e Cina, mettano da parte gli interessi economici e attuino la giusta pressione sulla giunta militare birmana. Sopratutto la Cina: sarebbe un bel gesto da parte di un paese che tra pochi mesi ospiterà le Olimpiadi. Se proprio il governo cinese non è disposto a salvaguardare i diritti umani nel suo paese, almeno lo faccia all'estero...



 

Pubblicato il 26/10/2007 alle 20.13 nella rubrica Diario.

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